domenica 18 ottobre 2015

Brasilia, una capitale da sogno

Il 21 aprile 1960 veniva inaugurata la nuova capitale del Brasile, una città costruita dal nulla lì dove non c'era che deserto.
Il "marco zero", disegnato da Lucio Costa per iniziare a costruire Brasilia
Il progetto di spostare la capitale del Brasile da Rio de Janeiro all'altipiano interno del Paese risaliva già agli inizi del 1800 ed era stato messo nero su bianco nella prima costituzione repubblicana del 1891 (ripreso poi anche nella costituzione del 1946). Un progetto quindi a lungo rimandato, fino a quando il Presidente Kubitschek ha deciso che Brasilia sarebbe stata il simbolo della volontà del nuovo governo di promuovere la modernizzazione del Paese per tirarlo fuori dal ritardo in cui versava. E Brasilia, con la sua architettura futuristica e la sua struttura completamente nuova, incarnava questo simbolo alla perfezione.
Il Parlamento, progettato da Oscar Niemeyer
L'ambizioso progetto è costato molto (secondo alcuni troppo) denaro, servito sia a trasportare tutti i materiali con un ponte aereo sia a pagare un'enorme quantità di lavoratori arrivati da ogni parte del Brasile.
Il Presidente Juscelino Kubitschek, coadiuvato da una manciata di geni (Lucio Costa, Oscar Niemeyer, Roberto Burle Marx, e Athos Bulcao, fra gli altri), in quasi 4 anni ha dato vita a quello di cui si era tanto parlato per un secolo e mezzo. Coloro che hanno ideato la capitale sono stati "ospitati" nella spartana residenza temporanea del Presidente, il Catetinho, dove tutti (compreso lo stesso Kubitschek) condividevano, oltre al progetto, cibo e sistemazione. Attualmente il Catetinho è stato trasformato in un museo, dove è possibile curiosare nelle stanze e ammirare gli oggetti e le foto della costruzione.
Il Catetinho, residenza provvisoria del Pres. della Repubblica 
Ma Brasilia, oltre che un progetto, è stata anche un sogno, anzi due.
Il primo è stato quello di Don Bosco, che nel 1883 profetizzava la costruzione di una città, in Sudamerica, dove sarebbe scorso latte e miele, vicino a un grande lago. Ed è più o meno alle stesse latitudini indicate da Don Bosco che è sorta Brasilia, su un lago artificiale, il Paranoà, creato allo scopo di garantirne l'umidità. Per questo motivo Don Bosco è patrono principale di Brasilia insieme a Nossa Senhora Aparecida. e a lui sono dedicati un intero quartiere, una delle vie principali della città, e un santuario realizzato da Carlos Alberto Neves, allievo di Niemeyer.
Santuario Don Bosco
Il secondo sogno è stato proprio quello di Juscelino Kubitschek, il presidente che ha voluto e realizzato il progetto di Brasilia. La squadra che ha tirato su la nuova capitale condivideva infatti il sogno di creare un modello di città utopico dove si mirava ad eliminare le classi sociali (per questo motivo lo scrittore francese André Malraux l'aveva denominata anche "capitale della speranza"). Chiaro che tale obiettivo non si è realizzato, ma durante la costruzione della città fu una realtà, almeno all'interno del Catetinho, come dicevo sopra.
Il sogno si è concretizzato in una città a forma di aereo, "atterrato" a 1100 metri di altitudine, la cui testa poggia su una sponda del Lago Paranoà.
La realtà è come sempre tutt'altra cosa rispetto ai sogni. Ammetto che eleggere Brasilia per viverci mi sembra una scelta impossibile da condividere. Ma pensare allo spirito che ha animato i suoi fondatori mi impressiona. Ed è sicuramente interessante vedere come alcuni di quegli edifici rappresentino ancora un simbolo di progresso nonostante siano stati costruiti ormai più di 50 anni fa.

giovedì 17 settembre 2015

Jabuticaba, l'uva per tutti (e per tutto)

Prima di venire in Brasile non avevo mai sentito parlare di jabuticaba, e tanto meno ne avevo visto un albero. Per cui quando ho visto mio figlio che mangiava questo frutto tondo e violaceo, lì per lì mi sono preoccupata. Avrebbe potuto essere una qualsiasi bacca velenosa, per quanto ne sapessi. E invece i brasiliani presenti ci hanno subito rassicurato: era jabuticaba. Anche il nome non mi diceva molto, ma comunque garantivano trattarsi di un frutto commestibile.
Quando ho visto l'albero, in compenso, mi ha fatto un'impressione stranissima: i frutti erano attaccati direttamente al tronco. Infatti i rami dell'albero di jabuticaba si ricoprono di foglie, ma i fiori, che appaiono due volte all'anno, e quindi anche i frutti, crescono sul tronco. Questa caratteristica fa sì che qualsiasi animale (anche quelli che non volano e non si arrampicano) possa nutrirsi di questo strano frutto per poi "trasportarne" i semi in giro e permettere così la riproduzione della pianta.

La jabuticaba, originaria del sud del Brasile, è conosciuta all'estero come "grape tree", mentre il suo nome portoghese deriva dalla lingua Tupi (quella che parlavano gli indigeni del Brasile e che ha lasciato dei segni anche nell'attuale portoghese locale), per la quale vuol dire cibo di Jabuti (colui che mangia poco). I frutti, che hanno un diametro di circa 3-4 cm e ricordano tantissimo l'acino di uva, possono essere mangiati crudi, anche se personalmente non li gradisco, forse perché sono troppo vecchia per apprezzare un sapore che non avevo mai preso in considerazione prima. I brasiliani con cui ho parlato mi hanno detto comunque che la buccia, effettivamente troppo dura, di norma non la mangiano, mentre succhiano la polpa bianca sputandone i semi. Questo frutto tanto particolare però è usato anche per produrre succhi di frutta e marmellate, ma soprattutto, proprio come l'uva, vino e liquori.

L'altra curiosità che riguarda la jabuticaba, sono i numerosi benefici per la salute che le vengono attribuiti. A leggere quello che gira su Internet al riguardo, viene da gridare al miracolo. Questa uva sui generis, infatti, farebbe bene alla pelle, ai capelli, alle ossa, alla linea, al cuore, all'artrite. La buccia essiccata si usa per trattare l'asma e la diarrea. E' anche un antinfiammatorio. Sembra che un tempo le donne in gravidanza fossero invitate a mangiarne a causa dell'alto contenuto di ferro e di acido folico. E, udite udite, avrebbe anche proprietà antitumorali. 

Un'ultima curiosità riguarda la lingua: in Brasile si usa la parola "jabuticaba" per indicare qualcosa che si pensa essere tipicamente brasiliano, visto che si ritiene che l'albero cresca solo in Brasile (ma non è vero: si trova anche in altri paesi sudamericani). Di solito però questo uso assume un'accezione (auto)denigratoria: la sola cosa veramente brasiliana, ed anche buona, è la jabuticaba. Per l'esattezza il detto è: "se a coisa so der no Brasil, nao sendo jabuticaba, é besteira". Se lo dicono loro...