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martedì 3 maggio 2016

La torcia olimpica in marcia verso Rio

Pronti, partenza...via!! Ed ecco che il Brasile inizia il suo percorso verso l'ennesimo grande evento che lo ha visto coinvolto negli ultimi anni, le Olimpiadi. E lo inizia simbolicamente con l'arrivo della torcia olimpica nella capitale, Brasilia. Da pochi giorni sono apparsi in giro per la città manifesti che invitano a partecipare alla festa organizzata per ricevere la tocha, oltre a cartelli vari che strizzano l'occhio a Rio 2016. E oggi, 3 maggio, la torcia olimpica è arrivata a Brasilia dopo essere stata accesa il 21 aprile ad Olimpia, in Grecia, per poi attraversare simbolicamente tutto il Paese attraverso più di 300 città dislocate nelle cinque regioni, prima di arrivare ad accendere il braciere olimpico nello Stadio Maracanà di Rio. Circa 20000 Km percorsi da 12000 tedofori. Per la prima volta la torcia olimpica si trova sul suolo sudamericano.

La torcia di Rio 2016 è stata ideata da Gustavo Chelles, ingegnere carioca, e sua moglie, la designer catarinense Romy Hayashi. Quando è spenta la torcia, realizzata in alluminio riciclato, è chiusa e tutta bianca. Poi si apre lentamente, con l'intenzione di ricordare lo sbocciare di un fiore. Una volta aperta, si propone di rappresentare l'essenza del Brasile, motivo per cui i creatori hanno pensato all'azzurro (il mare), il verde (le foreste), il giallo (il sole e l'oro olimpico), colori che richiamano anche la bandiera del Paese.

La realizzazione fisica della torcia è stata invece assegnata ad un'impresa spagnola, la Recam Làser S.L.
Una fetta del denaro in circolazione per le Olimpiadi è arrivata in qualche modo anche in Italia, in quanto la produzione del viaggio della torcia, delle cerimonie olimpiche e paralimpiche è stata affidata all'azienda italiana Filmmaster Events, in partnership con la brasiliana Srcom.

In un momento delicatissimo per la storia politica del Brasile, il Paese si dividerà molto probabilmente fra coloro entusiasti di ritrovarsi ancora una volta al centro dell'attenzione mondiale e coloro che invece saranno (giustamente) disturbati dai fari (e soprattutto i soldi) puntati sull'evento e distolti dai problemi ben più importanti che il popolo verdeoro si trova in questo momento ad affrontare.
Per il momento, la cerimonia di accoglimento della torcia a Brasilia ha visto manifestanti pro e a favore di Dilma, che ancora si trova nel guado dell'impeachment, ma con proteste piuttosto tiepide. Qualcuno parla anche della difficoltà di organizzare una protesta collettiva in assenza di Whatsapp, bloccata su ordine di un giudice dalle 14 di lunedì e fino al pomeriggio di oggi.
Non resta che seguire la torcia lungo tutto il suo tour brasiliano e vedere cosa succederà.

lunedì 8 febbraio 2016

L'abc del Carnevale Brasiliano

Pur essendo il carnevale una festa originariamente importata, è diventata senz'altro uno degli eventi più popolari e più caratteristici del Brasile. Il Carnevale di Rio è stato fra l'altro riconosciuto come il maggior carnevale del mondo.
Pur essendoci dei brasiliani che non lo amano, moltissimi partecipano a questa festa insieme alle orde di turisti che arrivano da tutto il mondo per ammirare lo spettacolo offerto dal popolo brasiliano. Anche se, come sempre, non è tutto (verde)oro quello che luccica...

Qualche curiosità sul Carnevale più amato dunque:

Alegria. Il Carnevale incarna la vera essenza dei brasiliani agli occhi di tutto il mondo. E tutto, in questa festa, è allegria. Probabilmente questo contribuisce fortemente all'idea che tutti gli stranieri hanno dei brasiliani, cioè quella di un popolo allegro (il che è, ovviamente, un cliché).

Blocos de rua. Si tratta di gruppi semi organizzati, ognuno dei quali sfila per le strade di un determinato quartiere durante il Carnevale. Insieme alle scuole di samba, rendono il Carnevale brasiliano uno spettacolo imperdibile e coinvolgente. Pensate che nella sola Rio si contano circa 500 blocos. A Recife, il Bloco do Galo da Madrugada, che è stato registrato nel Guinness dei Primati 1995 come il maggiore al mondo, apre la festa di Carnevale della Capitale Pernambucana. 

Cerveja. Non è un segreto che la birra (e non solo) scorre a fiumi durante questa festa, e probabilmente aiuta a creare molta dell'allegria tipica di questi giorni. Il rovescio della medaglia sono i numerosissimi incidenti stradali, molti dei quali causati da guida in stato di ebbrezza, nonché una generale perdita di controllo che causa non di rado violenza ed altri problemi di ordine pubblico.

Desfile. Il termine desfile, cioè sfilata, si riferisce in genere alle scuole di samba, vere e proprie associazioni che cantano e ballano al ritmo di samba, competendo in uno spettacolo che è la vera vetrina del Carnevale Brasiliano. La maggior parte dei partecipanti sfila a piedi, e solo pochi trovano posto sui carri. Le scuole di samba più famose sono quelle di Rio de Janeiro e di San Paolo.
Sfilata nel Sambodromo di Rio de Janeiro
Estrangeiros. In occasione del Carnevale migliaia di turisti arrivano in Brasile, e soprattutto a Rio de Janeiro, Salvador, Olinda e Recife, ma ultimamente anche San Paolo è diventata meta di turismo carnascialesco.

Folia. Con folia si intende un ballo sfrenato di molte persone al suono del tamburello (pandeiro). I folioes sono coloro che partecipano al Carnevale ballando e divertendosi. A Rio e San Paolo le sfilate delle scuole di samba si svolgono all'interno dei sambodromos, mentre le strade sono occupate dai blocos. Nelle altre città il Carnevale si festeggia tradizionalmente per le strade. Sono però numerosissime anche le feste organizzate da locali e club sportivi.
Bonecos nel Carnevale di Olinda
Gravidez. Uno dei tanti miti legati al Carnevale Brasiliano è che molte ragazze restino incinta durante questa festa, conseguenza del divertimento sfrenato che la accompagna (e della cerveja, vedi sopra). In compenso, durante questi giorni c'è un aumento del 30% nella vendita di preservativi, e subito dopo un incremento del 15% nella vendita di test di gravidanza.

Horarios. Durante il Carnevale brasiliano, tutto (o quasi) si ferma, a parte la folia. E anche quello che funziona, ha degli orari alterati. E così in linea di massima non funzionano normalmente i mezzi pubblici, gli ospedali e gli ambulatori pubblici, le banche, i centri commerciali e la maggior parte dei posti.

Industria do Carnaval. Non è difficile immaginare che una festa tanto importante comporti la produzione di costumi e materiali vari che movimenta una gran quantità di denaro, impiegando per esempio migliaia di sarti.

Lixo. Ecco uno dei problemi legati al carnevale: l'immondizia. Ovvio che un'affluenza di persone tanto alta non può che generare cumuli enormi di spazzatura, che deve essere smaltita nel più breve tempo possibile. Quest'anno, oltre tutto, la preoccupazione è ancora maggiore in quanto l'accumulo di immondizia che si viene a creare durante queste feste è propizio alla proliferazione delle zanzare che trasmettono dengue, zika e chikungunya.

Mijao. Insieme alla spazzatura, l'altro inconveniente della grande concentrazione di persone è la puzza di pipì. Molti infatti non aspettano di trovare un bagno per urinare, complice anche l'alcol ingerito, e ciò causa ovviamente un odorino poco gradevole per le strade del Carnevale (vedi Il carnevale e l'arte di fare pipì nel posto giusto).

Numeri. Parlando di partecipazione, sembra che per il Carnevale nella sola Rio affluiranno un milione di persone da tutto il mondo. Per avere un'idea della grandiosità dell'evento, considerate che ogni scuola di samba è formata da migliaia di persone ed ha a disposizione 80 minuti per esibirsi in uno spettacolo che ha elaborato durante tutto il corso dell'anno precedente.
Se invece si butta un occhio all'economia, ho trovato dei dati del 1997 che parlano di circa 13 miliardi di reais e più di 300 mila impieghi legati al carnevale.

Operaçao Carnaval. E' la denominazione data dalle forze di polizia all'azione legata a queste feste, quando la polizia diventa suo malgrado protagonista. L'alto numero di incidenti stradali che normalmente si verifica durante il carnevale rende infatti necessario l'intervento della polizia rodoviaria, sia per prevenire (vedi http://agenciabrasil.ebc.com.br) sia per gestire il dopo. L'aumento di furti e violenze favoriti dalla confusione chiama invece in causa la polizia civile e militare. Ahimé, il Carnevale non è solo allegria e divertimento.

Pos Carnaval.  Cosa resta dopo il Carnevale? A parte  la ressaca, cioè il mal di testa dopo sbronza, credo che la sensazione per i brasiliani sia un pò come quella che proviamo in Italia a settembre, quando la quotidianità riprende dopo le vacanze estive, solo che il loro finale è molto più schioppettante, pieno di trasgressioni. Si dice che in Brasile l'anno cominci solo dopo il Carnevale, e un fondo di verità, sicuramente, c'è.
Fonte: Google Images
Quando si festeggia? Intanto c'è da dire che quello che noi chiamiamo martedì grasso, cioè l'ultimo giorno di carnevale, in alcuni Stati del Brasile è un vero e proprio giorno festivo, e si trascina dietro, ovviamente, il lunedì. Non solo: le scuole sono chiuse anche il mercoledì (molti uffici iniziano a lavorare a mezzogiorno, per dare tempo ai folioes di riprendersi dai festeggiamenti o meglio, dalla sbronza). Comunque in genere i brasiliani festeggiano  il Carnevale per 4 giorni, dal sabato al martedì.

Rei Momo. E' uno dei principali personaggi del Carnevale brasiliano. Mutuato dalla mitologia greca, dove impersonava l'ironia ed il sarcasmo, il Re del Carnevale è diventato qui colui che comanda la folia. Con una cerimonia che dà ufficialmente inizio ai festeggiamenti, Il Re Momo riceve dal sindaco le chiavi della città per governare simbolicamente nei 4 giorni di Carnevale, aiutato dalla Rainha. Per essere eletto Rei Momo è necessario essere molto simpatico e pesare almeno 120 Kg (ma ultimamente quest'ultimo requisito sta venendo meno per evitare problemi di salute ai candidati).

Sambodromo. Si tratta di una specie di stadio dove sfilano le scuole di samba. Il più famoso è quello di Rio, costruito nel 1984 su progetto di Oscar Niemeyer, che può ospitare circa 85000 spettatori. In occasione delle Olimpiadi ormai prossime, il Sambodromo di Rio sarà usato per le gare di tiro con l'arco e come partenza e arrivo della maratona.

Trios eletricos. Sono camion giganteschi, con enormi altoparlanti che sparano musica a tutto volume, seguiti da una gran quantità di persone che balla. Sono caratteristici dello Stato di Bahia, ma si trovano anche in molte altre città del litorale.

Urso de carnaval. E' un'aggregazione tipica del Pernambuco, simile al bloco ma con caratteristiche sue proprie. La figura centrale è un uomo travestito da orso, tirato da un domatore con una corda legata alla cintura. L'orso balla per l'allegria degli astanti.

Vencedor. Le scuole di samba devono selezionare un tema e comporre una relativa canzone, in modo che il tema venga poi rappresentato per mezzo della musica e della danza. Al termine delle sfilate viene eletta una scuola vincitrice. I vincitori dell'ultima edizione sono state le scuole di Beija-Flor a Rio e di Vai-vai a San Paolo.
Sfilata della Scuola Beija-flor, vincitrice del Carnevale di Rio 2015

Zika. Grande preoccupazione di questo periodo è, ahimé, la diffusione della zanzara che trasmette la zika (ma anche dengue e chikungunya). La preoccupazione è particolarmente alta in corrispondenza della grande concentrazione di persone durante il Carnevale. Pare però che finora la paura non abbia limitato la partecipazione dei folioes ai festeggiamenti, alcuni dei quali ci hanno anche scherzato su, travestendosi da Aedes Aegypti...
Olinda, dove si è commemorato "O enterro do mosquito da dengue"



domenica 20 dicembre 2015

La vera identità della stella di Natale

Prima di venire in Brasile non mi ero mai fatta domande sulla stella di Natale, quella pianta che compare ovunque durante il periodo delle feste e che in genere viene buttata via subito dopo, quando sfiorisce. Qui però mi sono imbattuta in veri e propri alberi di stelle di Natale, che qui chiamano bico de papagaio (becco di pappagallo) o rabo de arara (coda di arara). Piantata a terra, l'albero della stella di Natale può arrivare anche a 3 metri di altezza. E il motivo per cui in Italia si usa come pianta da interno è quindi perché in realtà nel suo habitat naturale raggiunge il suo massimo splendore in estate, che nell'emisfero sud comincia a dicembre.
...e allora mi sono incuriosita...
Prima di tutto questa pianta è originaria del Messico, dove Joel Robert Poinsett, ambasciatore degli Stati Uniti dal 1825 al 1829, la vide per la prima volta restandone affascinato. Ne portò quindi alcuni esemplari nella sua casa nella Carolina del Sud e la fece conoscere ad amici ed orti botanici sia negli Stati Uniti che in Europa. E' per questo che la stella di Natale è conosciuta nei paesi anglofoni con il nome di Poinsettia Pulcherrima. Il nome invece di stella di Natale le fu dato dai missionari spagnoli, in quanto la sua forma ricorda quella di una stella e la sua fioritura è all'apice proprio nel periodo natalizio.
In Italia questa pianta esotica è entrata nelle case per la tradizione natalizia dopo essere stata usata per gli addobbi della Basilica di San Pietro nella notte di Natale del lontano 1899.
Attenzione però: la stella di Natale, se se ne spezza un gambo, secerne un liquido lattiginoso il cui contatto può causare lesione della pelle e delle mucose, gonfiore delle labbra e della lingua, prurito. L'ingestione causa nausea, vomito e diarrea. Insomma, prendendo in prestito un'altra pianta, non c'è rosa senza spine!


sabato 28 novembre 2015

Foz do Iguaçu, che meraviglia!

In questo mese ho fatto una mini vacanza a Foz do Iguaçu, e mi sembra doveroso scrivere di questa esperienza. Doveroso perché è qualcosa di unico, e mi sento fortunata ad aver avuto la possibilità di fare questo viaggio non una, bensì due volte. Devo dire però che la mia prima volta è stata meno entusiasmante, per il semplice fatto che è stata nel mese di aprile, quando è ormai finita la stagione delle piogge. Non che allora mi sia sembrato uno spettacolo deludente: le Cascate di Iguaçu restano indiscutibilmente una delle meraviglie del mondo. Ma questa volta, con le piogge a ingrossare il fiume Iguaçu, le cascate ci hanno offerto uno spettacolo travolgente. E quando dico travolgente lo dico in senso proprio, perché dalla visita dal lato brasiliano sono uscita bagnata come un pulcino. Bellissimo! Quando arrivi e cominci il sentiero vedi le prime cascate e già ti sembra un posto surreale.


Poi prosegui, e ti accorgi che le cascate continuano, e poi ancora e ancora (sono circa 275), fino ad arrivare alla Garganta do Diablo, cioè una gola in cui confluiscono diverse cascate, dove una passerella ti permette di ritrovarti in mezzo agli spruzzi di una massa d’acqua che se uno non la vede non riesce a concepirla. Fra l'altro consigliano di usare un impermeabile (che vendono anche sul posto), ma io sono andata senza, e devo dire che lo consiglio, perché messi al sicuro telefono e portafogli ti dà proprio la sensazione di immergerti nella natura. Fra l'altro, nonostante si tratti di un posto molto turistico (è il secondo sito più visitato in Brasile, dopo Rio de Janeiro), ci si ritrova intorno una vegetazione verdissima e rigogliosissima, che ti porta a pensare come fosse alle origini.

La visita alle cascate non è completa se non si oltrepassa la frontiera e non si va anche nel lato argentino, passando per il ponte Tancredo Neves, che fino ad un certo punto ha i colori giallo e verde del Brasile, e poi si trasforma nel bianco celeste della bandiera argentina. Le cascate appartengono fra l’altro all’80% all’Argentina, ma questo fa sì che la vista d’insieme sia migliore dal lato brasiliano. In Argentina bisogna armarsi di pesos (l’ingresso si paga solo in contanti in moneta locale, mentre in Brasile si può pagare con la carta) e poi via, a prendere il trenino che ti porta verso la Garganta, questa volta vista dall’alto. Lungo il tragitto tante farfalle colorate svolazzano allegramente e non sembrano temere i turisti, sui quali a volte si posano come ad attendere uno scatto che le immortali. Il tragitto prevede una passeggiata letteralmente sopra il fiume, che è immenso, e poi ecco di nuovo l’acqua che cade giù con un fragore assordante e ti lascia senza fiato.




Senz’altro un viaggio che vale la pena fare almeno una volta nella vita. Dal punto di vista organizzativo, i brasiliani stavolta mi hanno sorpreso positivamente. Nessun problema, né nel piccolissimo aeroporto di Foz, né durante il soggiorno o la visita. A fare da contorno all’attrazione principale, l’acqua, i quaty, piccoli mammiferi piuttosto invadenti che cercano cibo passando fra le gambe dei turisti (diversi cartelli avvisano i visitatori che possono mordere). Ma fra le piante si vedono spuntare ogni tanto anche iguana e uccelli esotici (ci sono dei cartelli che mettono in guardia dall'uscire dal sentiero, dato che si possono incontrare serpenti!), e durante la mia prima visita ho visto anche un piccolo coccodrillo che prendeva il sole su una roccia in mezzo al fiume.
A proposito di uccelli, la nostra gita a Foz do Iguaçu si è conclusa con la visita al Parque das aves, altra piacevole sorpresa. Il parco ospita volatili che hanno avuto problemi e che sono stati accolti per essere aiutati. Si possono ammirare i tucani da vicinissimo, e poi pappagalli di tutti i colori e dimensioni, colibrì, e tanti altri uccelli. Molto bello, soprattutto per chi come me viaggia con i bambini.

Qualche piccola curiosità su Foz do Iguaçu:

  • il nome Iguaçu deriva dalla lingua Guarani, nella quale u significa acqua e guaçu grande;
  • la città di Foz do Iguaçu ospita in proporzione il più alto numero di musulmani del Brasile (c’è anche una moschea, inaugurata nel 1983);
  • la diga di Itaipù, poco distante, al confine fra Brasile e Paraguay, rifornisce di energia elettrica il Paraguay per la quasi totalità del suo fabbisogno ed il Brasile per circa il 25%;
  • normalmente la visita delle cascate viene accompagnato dal cosiddetto "turismo das compras" nella vicina Ciudad del Este, in Paraguay, dove i prezzi (dicono) sono molto più competitivi che in Brasile (e, aggiungerei, non ci vuole poi tanto);
  • le cascate di Iguaçu hanno fatto da scenario ad un famoso film, Mission, con un aitante Robert De Niro e dei giovanissimi Jeremy Irons e Liam Neeson. Il film, del 1986, ha vinto la Palma d'oro al 39° Festival di Cannes e vanta niente popodimenoche una colonna sonora (bellissima!!!) composta dal grande Ennio Morricone. Qui il link per ascoltarla: Ennio Morricone - colonna sonora Mission

lunedì 2 novembre 2015

Nel 2015, siamo tutti indigeni

Si è appena conclusa la prima edizione mondiale dei Giochi Olimpici dei Popoli Indigeni. La manifestazione si é tenuta dal 23 ottobre al 1° novembre nello stadio di Palmas (capitale dello Stato Brasiliano di Tocantins), ed ha visto la partecipazione di circa 2000 atleti facenti parte di decine di etnie provenienti da varie parti del mondo.

Le discipline in cui gli atleti si sono cimentati in questi giorni sono state sia le classiche competizioni occidentali (football, canottaggio e atletica) sia quelle tipicamente indigene (tiro con l’arco, corsa coi tronchi, lotta e tiro alla fune). Ed oltre alle gare vere e proprie, si è potuto assistere anche a dimostrazioni non competitive di sport tradizionali, come lo xikunahati, il calcio indigeno, che si gioca usando la testa al posto dei piedi.



Ma le differenze fra queste Olimpiadi e quelle più famose a cui assisteremo il prossimo anno, sono numerosissime, proprio a voler sottolineare con forza la peculiarità dei partecipanti. 
Prima di tutto la città scelta come sede per i Giochi, Palmas, è volutamente lontana dalle grandi capitali che di solito ospitano le Olimpiadi che tutti conosciamo.
Una partecipazione completamente diversa l'ha poi avuta il denaro: le Olimpiadi Indigene non hanno avuto sponsor e per assistervi non si doveva pagare un biglietto d'ingresso. Coerentemente con lo spirito degli organizzatori, non c'erano telecamere e non c'è stato alcun bisogno di prevedere test antidoping (e perché, se l'importante è partecipare?).
Gli indigeni partecipanti dovevano avere almeno 16 anni, mentre non era previsto un limite massimo di età. 
Pochissime discipline erano realmente competitive, come il tiro con l’arco, la canoa e la corsa. Gli altri giochi sono stati meri eventi dimostrativi nei quali nessuno ha vinto: ogni atleta ha ricevuto una medaglia come simbolo di "celebrazione spirituale", invece di rappresentare l'essere "campione tra gli indigeni".
Le strutture costruite per i giochi, incluse le residenze degli atleti, sono state realizzate con materiali ecosostenibili e riciclabili. Inoltre, sono state piantate centinaia di nuovi alberi per sostituire quelli intagliati per fare le canoe e altro materiale sportivo. 

Alla vigilia delle Olimpiadi che l'anno prossimo si terranno in questo stesso Paese, gli indigeni hanno così tentato di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle loro culture (ma anche delle loro stesse vite) calpestate troppo spesso da interessi economici superiori a tutto. "La nostra vita non è un gioco", si leggeva fra l'altro nei cartelli esposti da alcuni partecipanti.
I Giochi sono stati anche preceduti ed accompagnati da dibattiti su temi culturali e sociali legati ai popoli indigeni, perché l'altro obiettivo delle Olimpiadi indigene era quello di creare dei legami duraturi di amicizia tra le etnie che vivono ai capi opposti del mondo, legami di solidarietà e di mutuo aiuto.

Ma qual è la realtà che vivono gli indigeni brasiliani? Numericamente parlando, questi cittadini sui generis rappresentano solo lo 0,5 per cento della popolazione brasiliana. Le loro terre, in teoria, occupano un decimo del Paese, ma i gruppi indigeni rimangono la fascia di popolazione più povera, perché le foreste, i fiumi e la savana che sono le loro dimore sono minacciate da piantagioni, pascoli, energia idroelettrica e attività minerarie, solo per citarne alcune. La loro cultura rischia di essere assimilata dalla società convenzionale e i loro gruppi sono mal rappresentati in politica. La tensione fra indigeni e brasiliani di origine europea è quindi decisamente alta, e purtroppo non raramente si è materializzata in vittime fra gli indigeni.
Non è un caso che la partecipazione della Presidente Dilma all'inaugurazione sia stata accompagnata da fischi e proteste. Nel 2014 infatti Dilma ha scelto come Ministro dell’Agricoltura un leader della fazione ruralista, la senatrice Katia Abreu, conosciuta come la "regina della motosega", in quanto appoggia progetti a favore della deforestazione dell'Amazzonia. Ma attualmente la preoccupazione più forte degli indigeni brasiliani è la possibile approvazione della PEC215, emendamento costituzionale che conferirebbe al Congresso, e quindi anche alla fazione ruralista, il potere che ora detiene il Ministro della Giustizia nel tracciare i confini dei territori indigeni, ciò che comporta una evidente minaccia per migliaia di Km quadrati di terra.

In un mondo globalizzato dove tutto viene uniformato e schiacciato dalla logica dell'interesse economico, preservare le tradizioni indigene rappresenta davvero una sfida ambiziosa. Ma questa sfida riguarda tutti, perché tutti corriamo il rischio di un appiattimento culturale e sociale al servizio di padroni che vogliono fagocitare tutto (e troppo spesso ci riescono). E quindi mi sembra azzeccatissimo il motto di questi Giochi appena conclusi: nel 2015, siamo tutti indigeni.


domenica 25 ottobre 2015

Quando la danza ridona speranza

Quando si pensa al Brasile e al ballo, non può che venire in mente la samba. Un'associazione ineliminabile. E la samba è senz'altro una delle espressioni più belle della cultura popolare brasiliana. Sedere delle sambiste a parte, vedere qualcuno che lo balla è davvero un'esperienza esaltante.
Ma volendo guardare oltre lo stereotipo (che almeno stavolta corrisponde al vero), si incontra un altro tipo di ballerini brasiliani: quelli di danza classica.
La danza è sbarcata in Brasile all'inizio del XX secolo, con l'arrivo di insegnanti e ballerini, soprattutto russi, che hanno formato le prime generazioni di artisti. La prima compagnia professionale di danza del Paese è stata il corpo di ballo del Teatro Municipale di Rio de Janeiro, oltre alla quale esistono varie compagnie in altri stati brasiliani (Teatro Guaíra, a Curitiba, la Fundação Palácio das Artes, a Belo Horizonte, il Teatro Castro Alves, a Bahia, e il Ballet della città di São Paulo).
Thiago Soares, Royal Ballet
In realtà esistono attualmente in Brasile molte scuole di danza classica, ma questo tipo di attività avrebbe bisogno di un maggiore appoggio sia economico che culturale per decollare (resta pur sempre seguita da un pubblico di nicchia). Molte scuole infatti non riescono a sopravvivere a lungo, a meno che non si riciclino in scuole di danza contemporanea, abbandonando l'impostazione classica. La conseguenza è che molti professionisti o aspiranti tali devono emigrare per riuscire a fare carriera, come è successo a Thiago Soares, nato a Niteroi, Rio de Janeiro, ma, come dice lui in un'intervista, made in London, perché è nella capitale inglese che è approdato a soli 16 anni per imparare tutto quello che sa sulla danza. E questo trentaquattrenne brasiliano è niente popò di meno che il primo ballerino al Royal Ballet di Londra da ben 15 anni.
Da qualche tempo, comunque, sembra ci sia in Brasile qualche opportunità in più per i giovani che vogliano accostarsi alla danza classica.
Il passo più significativo è stato compiuto a Joinville, una cittadina nel nord dello Stato di Santa Catarina, dove dal 2000 è stata inaugurata l'unica scuola di ballo Bolshoi al di fuori della Russia.  La scuola catarinense rientra in un progetto volto all'inclusione sociale di bambini e adolescenti. La città è stata scelta in quanto già vi si svolgeva un importante Festival di danza che all'epoca ha impressionato i russi del Bolshoi di Mosca.

Ma un altro progetto importantissimo che coinvolge anche la danza classica è quello denominato "Novos Sonhos", promosso dai missionari della Chiesa Battista. Il Progetto mira ad allontanare da droga, alcol, violenza e prostituzione, bambini e adolescenti che vivono nella famigerata favela di Cracolandia dando loro la possibilità di frequentare lezioni di musica, jiu jitsu, calcio e, appunto, danza classica. Cracolandia è una zona nel centro di São Paulo, famosa per il traffico di droga e la prostituzione (ma esiste una Cracolandia anche a Rio de Janeiro). Il Brasile è uno dei maggiori consumatori di crack al mondo, un altro triste record di questo Paese troppo spesso lontano dai sogni. Nel caso delle bambine partecipanti al progetto Novos Sonhos, l'obiettivo è anche quello di evitare le gravidanze precoci, vera e propria piaga sociale, dando loro un obiettivo più a misura di infanzia.

Qui trovate il video sul progetto:
http://www.internazionale.it



giovedì 17 settembre 2015

Jabuticaba, l'uva per tutti (e per tutto)

Prima di venire in Brasile non avevo mai sentito parlare di jabuticaba, e tanto meno ne avevo visto un albero. Per cui quando ho visto mio figlio che mangiava questo frutto tondo e violaceo, lì per lì mi sono preoccupata. Avrebbe potuto essere una qualsiasi bacca velenosa, per quanto ne sapessi. E invece i brasiliani presenti ci hanno subito rassicurato: era jabuticaba. Anche il nome non mi diceva molto, ma comunque garantivano trattarsi di un frutto commestibile.
Quando ho visto l'albero, in compenso, mi ha fatto un'impressione stranissima: i frutti erano attaccati direttamente al tronco. Infatti i rami dell'albero di jabuticaba si ricoprono di foglie, ma i fiori, che appaiono due volte all'anno, e quindi anche i frutti, crescono sul tronco. Questa caratteristica fa sì che qualsiasi animale (anche quelli che non volano e non si arrampicano) possa nutrirsi di questo strano frutto per poi "trasportarne" i semi in giro e permettere così la riproduzione della pianta.

La jabuticaba, originaria del sud del Brasile, è conosciuta all'estero come "grape tree", mentre il suo nome portoghese deriva dalla lingua Tupi (quella che parlavano gli indigeni del Brasile e che ha lasciato dei segni anche nell'attuale portoghese locale), per la quale vuol dire cibo di Jabuti (colui che mangia poco). I frutti, che hanno un diametro di circa 3-4 cm e ricordano tantissimo l'acino di uva, possono essere mangiati crudi, anche se personalmente non li gradisco, forse perché sono troppo vecchia per apprezzare un sapore che non avevo mai preso in considerazione prima. I brasiliani con cui ho parlato mi hanno detto comunque che la buccia, effettivamente troppo dura, di norma non la mangiano, mentre succhiano la polpa bianca sputandone i semi. Questo frutto tanto particolare però è usato anche per produrre succhi di frutta e marmellate, ma soprattutto, proprio come l'uva, vino e liquori.

L'altra curiosità che riguarda la jabuticaba, sono i numerosi benefici per la salute che le vengono attribuiti. A leggere quello che gira su Internet al riguardo, viene da gridare al miracolo. Questa uva sui generis, infatti, farebbe bene alla pelle, ai capelli, alle ossa, alla linea, al cuore, all'artrite. La buccia essiccata si usa per trattare l'asma e la diarrea. E' anche un antinfiammatorio. Sembra che un tempo le donne in gravidanza fossero invitate a mangiarne a causa dell'alto contenuto di ferro e di acido folico. E, udite udite, avrebbe anche proprietà antitumorali. 

Un'ultima curiosità riguarda la lingua: in Brasile si usa la parola "jabuticaba" per indicare qualcosa che si pensa essere tipicamente brasiliano, visto che si ritiene che l'albero cresca solo in Brasile (ma non è vero: si trova anche in altri paesi sudamericani). Di solito però questo uso assume un'accezione (auto)denigratoria: la sola cosa veramente brasiliana, ed anche buona, è la jabuticaba. Per l'esattezza il detto è: "se a coisa so der no Brasil, nao sendo jabuticaba, é besteira". Se lo dicono loro...

mercoledì 26 agosto 2015

Il rospetto nel deserto verde

Fonte: g1.globo.com
Sembrerebbe il titolo di una favola per bambini, e chissà, con un poco di immaginazione potrebbe anche diventarla, tranne che per il lieto fine, cosa che mi sembra alquanto improbabile. 
Ma andiamo con ordine. C'era una volta, e nessuno lo sapeva, un piccolo rospo che viveva nella Serra Quiriri, al confine fra gli Stati brasiliani di Santa Catarina e Paranà. C'era, ma nessuno lo sapeva, finché, proprio in questo mese di agosto del 2015, un gruppo di ricercatori dell'Istituto Mater Natura ne ha divulgato l'esistenza su un periodico scientifico in lingua inglese. Questa nuova specie di rospo, grande appena 1 cm, è stata battezzata dagli studiosi Brachycephalus quiriniensis.
Appena nato, almeno nella consapevolezza di noi esseri umani, il prode rospetto si trova già in un mare, o meglio in una foresta, di guai. Perché nell'area montuosa in cui vive (fra 800 e 1200 m di altitudine) l'uomo, il cattivo, sta progressivamente sostituendo alla foresta nativa il pino. Ma che cavolo è questo albero? Si domanda lui, il protagonista della nostra storia, non avendolo mai visto prima. E, spaventato, si chiede ancora: perché dove c'è il pino non crescono più piante del sottobosco, e il terreno è così arido? Dov'è la mia acqua? Completamente in balia dei cattivi che idolatrano un dio a lui sconosciuto, il denaro, il rospetto non sa che la sua casa si sta trasformando in quello che gli ambientalisti chiamano "deserto verde". Con questa espressione, coniata proprio in Brasile alla fine degli anni Sessanta, sono state definite le monocolture non native (diffusissime quelle di eucalipto e di pino),che vengono piantate allo scopo di produrre materiale da commercializzare.
Fonte: ecodebate.com.br
Il deserto verde si sta diffondendo in tutto il Brasile, dove si assiste ad una drammatica distruzione della foresta. Normalmente si parla tanto (e a ragione) della deforestazione dell'Amazzonia, ma in realtà lo stesso problema appartiene anche alle altre foreste del Paese (da ricordare che il Brasile, date le sue dimensioni, ospita molti ecosistemi diversi). Dopo la distruzione, i terreni vengono impiegati a fini agricoli, come pascoli e, appunto, per riforestare con piante utili all'industria (del legname, del carbone vegetale o della carta). Dietro quindi ad un apparente impiego virtuoso dei terreni deforestati, in realtà si nasconde un deserto, normalmente di pini e di eucalipti, cioè di monocolture che impoveriscono la biodiversità del territorio e provocano la desertificazione. Senza contare che normalmente queste monocolture vengono accompagnate da un massiccio impiego di agrotossici, che non fanno che peggiorare le condizioni sia per le altre specie vegetali e animali sia per l'agricoltura.
La nostra favola sembra quindi concludersi nel peggiore dei modi. Uno studio presentato dal Ministero dell'Ambiente brasiliano nel dicembre 2014 evidenzia che il numero di animali minacciati di estinzione nel Paese è aumentato del 75% fra il 2003 ed il 2014. Oltre alle specie considerate, fra l'altro, non rientrano nella stima molte minacciate che non sono state inserite nel suddetto studio in quanto non ancora conosciute e classificate dai ricercatori (fonte: http://www.ecodebate.com.br). E proprio in questa fattispecie rientra nella storia saltellando il nostro povero rospetto, che secondo i ricercatori sarebbe già a rischio di estinzione poiché molto sensibile alle mutazioni climatiche e alle alterazioni provocate dall'uomo e per vivere ha bisogno di un clima freddo e umido. Il finale, insomma, non è ancora stato scritto, ma questa non è una favola, e nella realtà, si sa, i cattivi (quasi sempre) vincono.

Per approfondimenti sul tema del deserto verde:
http://it.globalvoicesonline.org
http://www.escravonempensar.org.br

venerdì 21 agosto 2015

Brrrrrrrrrrrrrrr.....che freddo!

Siamo in pieno inverno brasiliano, e anche qui a Brasilia si sente la differenza di temperatura. Non è certo la differenza fra estate e inverno che conosciamo in Europa: nelle ore più calde la temperatura arriva tranquillamente a 30 gradi, ma la mattina presto e la sera si sente il bisogno di mettere un giacchettino.
Il Distretto Federale si trova nel centro ovest del Brasile, contraddistinto da un clima tropicale, dove cioè la temperatura difficilmente scende sotto i 10 gradi. Ma quello tropicale è solo uno dei climi che si trovano in questo Paese delle dimensioni di un continente. C'è poi il clima equatoriale (Nord e parte del Nordest) e quello semi-arido dell'interno del Nordest, dove la temperatura media annuale è di 25 - 27 gradi. E poi ci sono il clima tropicale di altitudine (tipico di parte dello Stato di S. Paolo, del Minas Gerais e delle regioni montuose di Rio de Janeiro e Espirito Santo) e quello tropicale atlantico. Ma la parte del Brasile sconosciuta ai più, quella cioè dei tre Stati a sud (Paranà, Santa Catarina e Rio Grande do Sul), dove il clima è subtropicale, ha temperature medie che difficilmente superano i 20 gradi.

Prima di avere la "fortuna" di vivere a Curitiba (capitale del Paranà) per quasi tre anni, anch'io ignoravo l'esistenza di un clima brasiliano freddo. Convinta di partire per un posto dove si potesse girare in ciabatte tutto l'anno, mi sono dovuta ricredere. Il primo inverno passato nella capitale paranaense dovevo mettere una coperta sulle gambe mentre lavoravo, perché non solo la temperatura era ben più bassa di quanto potessi immaginare, ma i brasiliani locali ritengono inutile il riscaldamento, per cui praticamente nessuna casa o ufficio o scuola ne sono dotati. Motivo? Perché vivono, dicono loro, in un Paese tropicale (il che mi fa pensare che l'ignoranza non sia solo mia). Mentre vivevo lì ho anche visto uno slogan di una casa di moda che per pubblicizzare vestiti invernali recitava, più o meno: "quanti sono quelli che vivono in un Paese tropicale e possono permettersi di vestire capi invernali?"...che culo, eh?
Curitiba, 8 del mattino di un giorno di luglio 2011
E' vero che da quelle parti non fa freddo tutto il giorno, e non per tanti giorni di seguito, ma le temperature vicino a 0 gradi fanno decisamente ambire a dei caldi, caldissimi termosifoni (per non parlare dell'umidità, che è una delle maggiori caratteristiche del clima curitibano). Al freddo dell'inverno sembra si sia adeguata fra l'altro anche la personalità degli abitanti di Curitiba, famosi in tutto il Brasile per essere scostanti ed antipatici!!!

Gramado, Rio Grande do Sul
Comunque, in generale, negli Stati del Sud del Brasile la temperatura può anche scendere sotto 0 gradi, e ci sono posti in cui nevica regolarmente.
Gramado, una città nel Rio Grande do Sul, è una famosa meta turistica proprio in quanto "specializzata" in tutto quello che caratterizza le località fredde: vi si producono cioccolato e maglioni di lana, c'è un grande parco sciistico al coperto, e il Natale si festeggia con un famoso festival, il Natal luz. E anche l'architettura fa sembrare di essere in Nord Europa.

sabato 13 giugno 2015

Festa degli innamorati, perché in Brasile è a giugno

Omaggio di Google al Dia dos Namorados 2015

In Brasile la festa degli innamorati si è festeggiata ieri, 12 giugno, a differenza della maggior parte dei Paesi, dove questa ricorrenza cade il 14 febbraio, giorno dedicato a San Valentino.
Perché? Fino alla fine degli anni 40 gli innamorati brasiliani non potevano contare su un giorno a loro dedicato. La festa è stata istituita nel 1949, a seguito di una proposta di Joao Doria, un pubblicitario legato all'agenzia Standard Propaganda. Fu allora infatti che l'ormai defunto negozio Clipper commissionò al pubblicitario una trovata per aumentare le vendite nel mese di giugno, quando il commercio era piuttosto fiacco. Il brillante Joao propose di istituire il 12 giugno come "Dia dos Namorados", approfittando della coincidenza che fosse la vigilia del giorno di Santo Antonio, alias Fernando de Bulhoes. Questo frate portoghese predicava sempre l'amore e il matrimonio, tanto da meritarsi il soprannome di "santo casamenteiro" (casamento = matrimonio).
Lo slogan usato dal pubblicitario paulista era "Nao è so de beijos que se prova amor", aperto invito a dimostrare il proprio amore con un regalino...e così fu, perché questa pensata ha dato vita ad una ricorrenza fra le più commerciali dell'anno brasiliano. Potere della pubblicità...

venerdì 8 maggio 2015

Romero Britto, quando l'arte diventa business


Probabilmente il nome Romero Britto non è così famoso, ma basta dare un'occhiata ad una sua opera per riconoscere quel suo stile inconfondibile. 
Ma chi è Romero Britto? Pittore, scultore, serigrafo, ma anche ideatore di loghi, mobili, costumi e edizioni speciali di prodotti, c'è addirittura chi lo definisce il più grande artista pop vivente.
Britto è nato in Brasile, Recife (Stato del Pernambuco), 51 anni fa, ma vive a Miami, negli Stati Uniti, ormai da 30 anni. Le sue opere sono colorate, immediate, popolari, appunto, ed è proprio l'obiettivo che l'artista si propone, quello di raggiungere tutti, di dare messaggi che non hanno bisogno di essere interpretati. La sua arte si avvicina talmente tanto al messaggio pubblicitario da prestarsi appunto a diverse aziende famosissime che gli hanno commissionato dei lavori per promuovere i propri prodotti. Britto si è affermato sulla scena internazionale proprio dopo essere stato chiamato per disegnare l'etichetta per una campagna pubblicitaria da Absolut Vodka, dopodiché i suoi lavori sono stati commissionati da importantissime imprese, come la Disney, la Evian, la BMW, la Pepsi, fra le altre.
Ed il suo stile rende così bene commercialmente da essere sfruttato anche in assenza di commissione, per cui l'artista brasiliano ha già intentato una lunga serie di cause per plagio (si parla di più di trecento!), l'ultima delle quali contro la Apple. La somiglianza con le immagini di Britto sarebbe infatti in questo caso così alta da aver scomodato anche i collezionisti.

Famosissimi sono anche i ritratti che Romero Britto ha realizzato per celebrità di qualsiasi tipo, nel mondo dello spettacolo, dello sport, della politica: ha spaziato da Madonna a Neymar, dall'attuale Presidente brasiliana al Dalai Lama, passando per Michael Jackson e Lady Diana. L'ultimo ritratto in ordine di tempo è quello a Sylvester Stallone, il quale ha pubblicato sul proprio profilo facebook una foto che lo immortala con l'opera dell'artista brasiliano ringraziandolo pubblicamente.

Ma l'attitudine popolare di Britto non si ferma qui: basta fare un giretto sul suo sito ufficiale per trovare una gran quantità di prodotti ideati dall'artista per essere venduti, piccoli gadget che possono essere acquistati direttamente online da chiunque, trasformando la sua arte in un vero e proprio business. Navigare per credere:
http://www.britto.com/

mercoledì 1 aprile 2015

Le chiese gay-friendly

Il Brasile è caratterizzato da una fortissima religiosità: ecco un altro aspetto che forse non rientra nell'immaginario collettivo. Vivendo qui, invece, ci si rende conto di quanto i brasiliani (sempre con le dovute eccezioni) si sentano legati alla sfera religiosa. Si intuisce già dal linguaggio, come anche dalle scritte che si leggono su tantissime automobili e camion, e su cartelli per strada, tipo "Deus è fiel", "Jesus te ama", e simili. Per esempio mi è capitato di sentire i muratori che lavoravano dietro casa mia che ascoltavano alla radio una messa, e poi la televisione e la radio sono piene di programmi religiosi. 

Secondo l'ultimo censimento della popolazione (2010), il Brasile conta ancora il maggior numero di cattolici nel mondo (123 milioni), ma la percentuale continua a decrescere a favore di altre credenze. Soprattutto, si fanno strada le chiese evangeliche, che guadagnano sempre più adepti.
Ma il bisogno di spiritualità, o forse meglio, la necessità di appartenere ad un gruppo propria dei brasiliani, si manifesta anche nella nascita delle chiese inclusive, cioè di quelle aggregazioni religiose che sono aperte al popolo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali), seguendo l'esempio degli Stati Uniti, dove le chiese inclusive esistono già da alcuni decenni. 
Queste chiese attirano quegli omosessuali che si sentono colpevolizzati e ripudiati dalle chiese tradizionali, nell'ambito delle quali le persone LGBT o decidono di non manifestare la propria identità sessuale o sono costrette loro malgrado a non frequentare un'entità religiosa. Il popolo gay forma invece una comunità religiosa a sé stante nelle chiese inclusive, che seguono nella maggior parte un credo evangelico, con l'unica differenza di non discriminare i propri adepti per la sfera sessuale.

Rispetto al tema dell'omosessualità, in generale, il Brasile è decisamente più progressista dell'Italia: prima di tutto è stata riconosciuta giuridicamente l'unione omo-affettiva come entità familiare. Ciò significa che gli omosessuali possono sposarsi (da maggio 2013) ed anche adottare bambini (anche se ancora le adozioni da parte di coppie omosessuali è rara). Dall'ultimo censimento risulta fra l'altro che esistono nel Paese 60000 coppie omosessuali che dichiarano una convivenza stabile. Non solo. Il Brasile riconosce tanta importanza al diritto di cambiare sesso per le persone che non si riconoscono in quello che gli appartiene, che dal 2008 queste possono ottenere gratuitamente l'operazione per il cambio di sesso, anche se la lista d'attesa è piuttosto lunga (cosa su cui il governo si propone di intervenire http://www.brasil.gov.br). Quindi un Paese avanzatissimo in tema di riconoscimento di diritti per il popolo LGBT. 
Ma c'è il risvolto della medaglia: come sempre pieno di contraddizioni, pare che il Brasile sia il Paese dove si commette il maggior numero di omicidi ai danni della suddetta categoria (312 homossexuais brasileiros assassinados em 2013). Quindi evidentemente una parte della popolazione sicuramente non trova così pacifico accettare questa diversità. E fra quelli che non la accettano, si ergono i difensori dei valori religiosi tradizionali. 

Le chiese inclusive rispondono quindi ad un bisogno spirituale di chi vuole vivere la propria sessualità senza essere giudicato. Le prime si sono timidamente affacciate sulla scena brasiliana solo da poco più di un decennio, raccogliendo all'inizio pochissime adesioni. Col passare del tempo, invece, non solo quelle esistenti stanno accogliendo un sempre maggior numero di adepti, ma ne nascono di nuove, evidentemente rispondendo ad un'esigenza molto sentita. La più "antica" è la Chiesa Cristiana Acalanto, seguita dalla Chiesa Cristiana Contemporanea, a cui si sono aggiunte via via la Comunità Athos, la Cidade de Refugio, Apascentar, etc. Se ne contano in tutto una decina.
Ma anche all'interno delle chiese gay-friendly, ecco aprirsi un nuovo limite, come nel caso del clamore suscitato dal pastore che ha deciso di celebrare il culto vestito da drag queen...ecco l'intervista:


 

mercoledì 25 marzo 2015

Mamma, che nomi

Foto scattata sul lungomare di Joao Pessoa
I brasiliani sono famosi, fra le altre cose, per i loro nomi lunghissimi. In genere al nuovo nato vengono dati due nomi e due cognomi (quello della madre prima, e quello del padre poi), ma non è necessariamente così, e a volte si conoscono persone con tre cognomi, altre con uno solo. Si possono usare anche i cognomi dei nonni e anche l'unione di vari cognomi.
Capita che i genitori decidano di dare al proprio figlio un nome composto dalla fusione dei loro due (all'anima dell'auto-celebrazione), ma anche che al bambino venga dato un nome che è parte di quello di uno dei due genitori. E così non deve stupire se un Ubaldo e una Maria daranno vita ad un Ubaria e se un Edvaldo ha un figlio che si chiama Valdo.  E' anche comunissimo usare per il figlio lo stesso nome del padre con l'aggiunta di "filho" (o addirittura di "neto" quando si decide che vale talmente la pena da tramandarlo anche alla terza generazione).

Una gran quantità di donne brasiliane ha un nome composto da Maria, seguito dai più svariati de Fatima, das Graças, de Nossa Senhora Aparecida, de Jesus, do Rosario, da Paz, das Dores etc. etc.

Moltissimi usano anche il nome Giovanni, nelle sue brasilianizzazioni più varie: Dyowanni, Giovani, Geovani, Giowani, Djovani, Jovane etc. etc., credo di averlo visto scritto davvero in tutti i modi possibili. Ma molto apprezzato è anche l'omonimo inglese Johnny, che diventa Dyonni, Jon, Joni, e chi più ne ha più ne metta.

Ma la fantasia dei brasiliani per i nomi sembra proprio scatenata, anche se esiste una legge sui registri pubblici (la n. 6015 del 1973) che all'art. 55 stabilisce: "gli ufficiali del registro civile non registreranno nomi suscettibili di esporre al ridicolo i propri portatori". Evidentemente gli ufficiali di stato civile qui hanno un senso del ridicolo un pò relativo.

Ci sono quelli che decidono di dare ai propri figli il nome di un personaggio famoso, e così esistono persone che si chiamano Mac Gyver, James Joyce, Joao Lenao, Istiveonder, Maicon Daglas, Christopher Reeve, Bem Hur. Ci sono dei personaggi famosi che evidentemente hanno fatto breccia nel cuore di molti, perché il loro nome è stato usato in numerose varianti, e così Lady Diana si trasforma nel locale Ledi Daiana, Lady Dayana, e altri, Grace Kelly in Greice Chelly, Michael Jackson in Maicol Jackson, Maycom Géquiçom e altri. Ma non manca neanche un omaggio al nostrano Gianni Morandi, che qui hanno brasilianizzato in Diane Morane...

Esistono anche delle persone che forse avevano come sogno nella vita quello di parlare inglese, e allora hanno inventato Madeinusa (lo giuro, esiste!), Mayself (questi dovevano ancora perfezionare la lingua), Valdisnei (anche nella variante Uoldisnei).

E infine trovo geniali anche quei genitori che hanno deciso di creare un legame fra i propri figli che vada al di là del semplice sangue:
7 fratelli per esempio hanno avuto dei nomi tutti con la lettera J... Joamilton, Joacirton, Joairton, Jonilton, Josué, Joicer, Jaquiline; poi ci sono tre sorelle i cui genitori amavano troppo il nome Maria, ma le dovevano in qualche modo distinguere fra loro, e quindi ci sono Maria Salete, Maria Isolete e Maria Vandete; i genitori di due gemelli hanno pensato bene di chiamarli Kung fu José e Kung fu Joao; e dei fratelli a cui è toccato in sorte un nome legato alla passione per la musica classica di mamma e papà: Paganini, Beethoven, Mozart e Vivaldi; infine, esistono delle sorelle che si chiamano Xerox, Fotocopia e Autenticada.

Riporto solo qualche ulteriore esempio di nomi bizzarri realmente registrati nelle anagrafi brasiliane: 
  • Américo Vespucio de Souza;
  • Asteroide Roussenq 
  • Benito Mussolini Casagrande ( esiste anche Benito Mussolini Ienaco e Mussolini Campelo);
  • Colica de Jesus;
  • Pulicena Pulcheria Pereira
  • Orildes Astrogildo De Souza
  • Rildo Pinto de Jesus (per chi non lo sapesse, "pinto" in portoghese significa pene).
Se qualcuno vuole farsi due risate, consiglio di dare un'occhiata ad una ricerca svolta da uno studioso pernambucano di folclore, Mario Souto Maior, cercando i nomi nei registri di stato civile, liste telefoniche, liste di vincitori di concorsi pubblici, esami di ammissione all'università, etc...qui troverete una lista molto lunga dei nomi che le menti brasiliane sono stati capaci di inventare:

Buona lettura!




venerdì 20 febbraio 2015

La disuguaglianza oraria

A partire da domenica prossima, qui a Brasilia farà buio un'ora prima. Infatti domani (sabato) a mezzanotte entra in vigore l'orario invernale (quello estivo tornerà solo il prossimo 15 ottobre). Spostando le lancette un'ora indietro aumenterà anche la "distanza" con l'Italia: non più 3 ma 4 ore di fuso (che diventeranno 5 quando a fine marzo in Italia l'orologio salterà un'ora in avanti). 

Ma non tutti gli Stati brasiliani adottano l'orario estivo, per cui, ovviamente, non tutti lo abbandonano. Gli Stati in cui è applicato sono solo 10, quelli appartenenti alle regioni Sud, Sudest e Centro-ovest (Distrito Federal, Espírito Santo, Goiás, Minas Gerais, Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Paraná, Rio de Janeiro, Rio Grande do Sul, Santa Catarina e São Paulo).

Negli Stati del Nord e del Nordest, invece, l'orario estivo non si applica, in parte perché godono di una maggiore luminosità durante tutto l'arco dell'anno a causa della vicinanza all'Equatore (il tramonto avviene naturalmente più tardi). Applicare l'orario estivo non farebbe dunque una così grande differenza. Scommetto che se si chiede un pò in giro però ci saranno sicuro delle battutine legate alla pigrizia tipica del Nordest, per cui si evitano la fatica anche di spostare le lancette dell'orologio.

Altra curiosità: in passato, la data del cambio dell'orario veniva decisa ogni anno con un apposito decreto presidenziale, ma a partire dal 2008 si è stabilito che l'orario estivo sarebbe iniziato la terza domenica di ottobre e sarebbe rimasto in vigore fino alla terza domenica di febbraio dell'anno successivo. All'epoca hanno però pensato bene di prevenire ogni "rischio" stabilendo che se la terza domenica di febbraio dovesse disgraziatamente coincidere con la domenica di carnevale, allora l'orario estivo dovrà essere prorogato per un'altra settimana! Beh, si sa, a carnevale ogni eccezione vale...

martedì 10 febbraio 2015

Il carnevale e l'arte di fare pipì nel posto giusto

Il Brasile è famoso per il suo carnevale. In particolare, Rio de Janeiro è la città del carnevale per eccellenza, dove si svolge uno spettacolo che non ha eguali nel mondo.

Chi ha visitato la Cidade Maravilhosa ha senz'altro fatto tappa al Sambodromo, questo enorme stadio dove le diverse scuole di samba si sfidano in una sfilata che vede come protagonisti migliaia di avventori, maschere, musica e tanto folclore. Esistono sambodromi anche in altre città brasiliane. Ma Sambodromo a parte, dove i posti sono limitati e a pagamento, esiste un modo più democratico per festeggiare: in questo periodo brasiliani e turisti si danno appuntamento a milioni per le strade cittadine per ballare e divertirsi al seguito dei blocos (dei gruppi organizzati che in genere si mascherano con un tema unico e che sfilano in un determinato circuito). Si tratta del Carnaval da Rua (letteralmente carnevale di strada).

Carnaval da

Rua a Porto de Galinhas
Ma qui, per le strade delle città brasiliane dove viene celebrato il carnevale, c'è un altro show, evidentemente non pubblicizzato: la pipì per la strada. Per capire l'entità del problema, si consideri il fatto che milioni di persone invadono le città per partecipare al carnevale, che la partecipazione spesso consiste nell'ingollare quanto più alcol possibile, e che non ci sono abbastanza bagni pubblici per soddisfare tutte le esigenze fisiologiche. I trasgressori abituali, per ovvi motivi, sono uomini, ma non mancano signore che non riescono a contenersi. E spettacolo a parte, l'odore non deve essere dei migliori.

Per porre fine alla cattiva abitudine, gli stati maggiormente coinvolti nei festeggiamenti hanno approvato leggi che vietano di fare pipì in strada. Già nello scorso week end a Rio sono state applicate multe da 170 reais (poco più di 50 euro) a chi è stato colto in flagrante. A Salvador, la legge approvata a fine gennaio prevede multe molto più salate (da 68 fino a 1008 reais, più di 300 euro!) per chi fa pipì in strada. Le autorità locali avevano però dichiarato di voler sospendere la legge nelle tre principali arterie cittadine in cui si svolgerà il carnevale. Motivo? Timore (e non a torto) per l'incolumità dei 40 controllori, considerato anche che durante il carnevale si raggiungono livelli di ubriachezza molto fuori della norma. Subito dopo, però, la responsabile dell'impresa municipale che si occupa della pulizia nella capitale bahiana ha di nuovo ritrattato, affermando che applicherà la multa prevista garantendo l'incolumità dei controllori con la cooperazione della polizia militare. Ma certo non sarà il turno più ambito dai poveri multatori.

Leggi a parte, si tenta di combattere l'inciviltà degli urinatori selvaggi anche con campagne di sensibilizzazione di diverso tipo, dai manifesti affissi nelle pubbliche vie a personaggi femminili famosi che stanno prestando la propria immagine associata alla scritta "FoliaSim, XixiNao".
Qualche anno fa un certo Joao Roberto Kelly ha anche creato la "Marcha do xixi", visionabile al seguente indirizzo:
https://www.youtube.com/watch?v=RaaZYU7Igc4

Ma ho trovato geniale l'idea di un gruppo di Rio (AfroReggae) che ha utilizzato per sfilare lo xixi eletrico, cioè un carro di carnevale (denominato normalmente trio eletrico) la cui dinamo era alimentata dall'urina, proprio per indurre la gente a non farla nel posto sbagliato e a non beccarsi multe...follie del carnevale!

venerdì 12 dicembre 2014

Il mezzo che fa la differenza


In Brasile è molto comune sentire la parola "meia" per indicare il numero 6, cosa che per uno straniero alle prime armi con il portoghese suona davvero strano.
Meia, in generale, significa metà. Ma perché allora è passato ad indicare il numero sei? Il portoghese, fra l'altro, non è orfano del numero sei, che si dice banalmente seis, ma i brasiliani lo usano per lo più per contare (6 matite, 6 bambini, etc.), mentre nella lingua quotidiana praticamente tutti usano l'espressione meia nel caso in cui debbano dire ad esempio un numero telefonico o il numero civico.
 
Pare che l'origine di tale uso derivi dalle precarie comunicazioni telefoniche all'inizio del secolo XX. A causa delle pessime condizioni delle linee, era molto comune confondere il numero TRÊS com SEIS. Per non confondersi è stata dunque adottata la parola meia (abbreviazione di meia dúzia, cioè mezza dozzina) in sostituzione del sei.
 
Esiste anche l'espressione "trocar seis por meia dúzia", per dire che non è cambiato nulla.
 
La parola meia, giusto per completezza di informazioni, significa anche calzini.