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venerdì 4 dicembre 2015

Rio Doce, dove e quando finirà il disastro?

Fonte: ansa.it
I fiumi rappresentano da sempre un'importante risorsa per la sopravvivenza degli esseri umani (e più in generale, logico, degli esseri viventi). Il fiume è vita per i pesci e tutte le specie acquatiche, per gli animali e le piante che vivono nei suoi pressi, e di conseguenza si porta dietro tutta una serie di attività che permettono all'uomo di vivere. Questo è ancor più evidente per gli indios, che usano il fiume per bere, per lavarsi, e come fonte di sostentamento. Ma non è meno vero per gli altri. Ne sanno qualcosa i pescatori, gli allevatori e gli agricoltori delle zone colpite dal disastro avvenuto un mese fa, che ora non avranno più di che sostentarsi. Quando muore un fiume, muore la vita.

Fonte: noticias.uol.com.br
Anche se i  media non hanno dato molto risalto alla tragedia, oscurata dagli attentati di Parigi, credo che ormai tutti sappiano che il 5 novembre scorso sono crollate due dighe sul Fiume Rio Doce, che attraversa gli Stati del Minas Gerais e dell'Espirito Santo,  a circa 100 km da Belo Horizonte. In corrispondenza delle dighe crollate si trova una miniera di ferro, e le sostanze usate per lavorare questo materiale (metalli pesanti) si sono riversate nel fiume insieme ad una valanga di fango. Il villaggio di Bento Rodrigues è stato travolto da questo fiume velenoso, che ha causato nell'immediato 11 vittime accertate, 8 dispersi e centinaia di sfollati. Le comunità coinvolte si sono trovate però a dover affrontare, oltre al fango tossico, anche la mancanza di acqua potabile (si tratta di 250 mila persone), oltre che per molti l'impossibilità di continuare ad esercitare la propria attività. Il Rio Doce, che fra l'altro era già vittima di uno sfruttamento che lo stava lentamente depauperando delle proprie forze, ora è morto. O perlomeno agonizzante. L'inquinamento del fiume rischia poi non solo di provocare la morte di un intero ecosistema dentro e intorno al corso d'acqua, ma ora ha raggiunto il mare, e si fanno ipotesi sul tragitto di questa macchia velenosa, che segue i venti e le maree. Sono a rischio così anche le coste brasiliane, comprese quelle dell'Arcipelago Abrolhos, che è parco nazionale protetto.
Fonte: http://www.hojeemdia.com.br
Tutto lascia pensare che le conseguenze sul piano ambientale si faranno sentire per molto tempo, anche se secondo il Ministro dell'Ambiente Izabella Teixeira, per far tornare alla normalità il Rio Doce serviranno 10 anni (almeno). Greenpeace parla invece di almeno 100 anni per rendere la situazione reversibile.

La prima domanda che sorge spontanea è: perché? Voglio dire: come è possibile che non si sia potuto evitare un simile disastro? O meglio: si poteva evitare? Dove erano le autorità che avrebbero dovuto controllare? La società che gestisce il sito minerario protagonista di questo incidente è la Samarco Mineraçao, la cui proprietà è divisa fra la multinazionale Vale S.A. e la anglo-australiana BHP Billiton. La Vale è il maggior produttore (ed esportatore) di ferro a livello mondiale; nata come società pubblica, è stata in seguito privatizzata. Attualmente lo Stato Brasiliano detiene solo una piccola percentuale della società (pur mantenendo un diritto di veto su alcune decisioni rilevanti), ma la maggioranza del capitale è di fatto in mano agli stranieri (non mancano comunque tra i maggiori azionisti due banche brasiliane). Si è scomodata anche l'ONU per far notare alle autorità brasiliane che la multa inflitta ai responsabili è insufficiente a coprire il piano di recupero. Certo che una società come la Samarco, che fa girare moltissimi soldi, è sicuramente oggetto di un trattamento di riguardo, e questo se non si vuole pensar male, cioè che molti di quei soldi vengano elargiti ai politici per chiudere un occhio, e a volte due, con finanziamenti più o meno occulti e più o meno puliti. Con buona pace del rispetto per le vite umane e per l'ambiente.


mercoledì 26 agosto 2015

Il rospetto nel deserto verde

Fonte: g1.globo.com
Sembrerebbe il titolo di una favola per bambini, e chissà, con un poco di immaginazione potrebbe anche diventarla, tranne che per il lieto fine, cosa che mi sembra alquanto improbabile. 
Ma andiamo con ordine. C'era una volta, e nessuno lo sapeva, un piccolo rospo che viveva nella Serra Quiriri, al confine fra gli Stati brasiliani di Santa Catarina e Paranà. C'era, ma nessuno lo sapeva, finché, proprio in questo mese di agosto del 2015, un gruppo di ricercatori dell'Istituto Mater Natura ne ha divulgato l'esistenza su un periodico scientifico in lingua inglese. Questa nuova specie di rospo, grande appena 1 cm, è stata battezzata dagli studiosi Brachycephalus quiriniensis.
Appena nato, almeno nella consapevolezza di noi esseri umani, il prode rospetto si trova già in un mare, o meglio in una foresta, di guai. Perché nell'area montuosa in cui vive (fra 800 e 1200 m di altitudine) l'uomo, il cattivo, sta progressivamente sostituendo alla foresta nativa il pino. Ma che cavolo è questo albero? Si domanda lui, il protagonista della nostra storia, non avendolo mai visto prima. E, spaventato, si chiede ancora: perché dove c'è il pino non crescono più piante del sottobosco, e il terreno è così arido? Dov'è la mia acqua? Completamente in balia dei cattivi che idolatrano un dio a lui sconosciuto, il denaro, il rospetto non sa che la sua casa si sta trasformando in quello che gli ambientalisti chiamano "deserto verde". Con questa espressione, coniata proprio in Brasile alla fine degli anni Sessanta, sono state definite le monocolture non native (diffusissime quelle di eucalipto e di pino),che vengono piantate allo scopo di produrre materiale da commercializzare.
Fonte: ecodebate.com.br
Il deserto verde si sta diffondendo in tutto il Brasile, dove si assiste ad una drammatica distruzione della foresta. Normalmente si parla tanto (e a ragione) della deforestazione dell'Amazzonia, ma in realtà lo stesso problema appartiene anche alle altre foreste del Paese (da ricordare che il Brasile, date le sue dimensioni, ospita molti ecosistemi diversi). Dopo la distruzione, i terreni vengono impiegati a fini agricoli, come pascoli e, appunto, per riforestare con piante utili all'industria (del legname, del carbone vegetale o della carta). Dietro quindi ad un apparente impiego virtuoso dei terreni deforestati, in realtà si nasconde un deserto, normalmente di pini e di eucalipti, cioè di monocolture che impoveriscono la biodiversità del territorio e provocano la desertificazione. Senza contare che normalmente queste monocolture vengono accompagnate da un massiccio impiego di agrotossici, che non fanno che peggiorare le condizioni sia per le altre specie vegetali e animali sia per l'agricoltura.
La nostra favola sembra quindi concludersi nel peggiore dei modi. Uno studio presentato dal Ministero dell'Ambiente brasiliano nel dicembre 2014 evidenzia che il numero di animali minacciati di estinzione nel Paese è aumentato del 75% fra il 2003 ed il 2014. Oltre alle specie considerate, fra l'altro, non rientrano nella stima molte minacciate che non sono state inserite nel suddetto studio in quanto non ancora conosciute e classificate dai ricercatori (fonte: http://www.ecodebate.com.br). E proprio in questa fattispecie rientra nella storia saltellando il nostro povero rospetto, che secondo i ricercatori sarebbe già a rischio di estinzione poiché molto sensibile alle mutazioni climatiche e alle alterazioni provocate dall'uomo e per vivere ha bisogno di un clima freddo e umido. Il finale, insomma, non è ancora stato scritto, ma questa non è una favola, e nella realtà, si sa, i cattivi (quasi sempre) vincono.

Per approfondimenti sul tema del deserto verde:
http://it.globalvoicesonline.org
http://www.escravonempensar.org.br

mercoledì 11 marzo 2015

OGM: c'é ma non si vede

L'influenza degli Stati Uniti sul Brasile si fa sentire in vari campi, da quello scolastico (con risultati che personalmente definirei discutibili) a tanti altri. Lo dimostrano varie classifiche in cui il Brasile segue a ruota gli Stati Uniti, e ne è un esempio lampante quella delle coltivazioni OGM: anche qui il Brasile ha deciso di adeguarsi al modello nordamericano, attestandosi al secondo posto a livello mondiale. 
Fonte: http://cib.org.br/em-dia-com-a-ciencia/uso-de-transgenicos-reduz-demanda-por-terra/
Il dato è impressionante se si considera che la legalizzazione dell'OGM è avvenuta in Brasile in tempi relativamente recenti, ma bisogna dire che in realtá la soia prodotta dalla Monsanto (per chi non lo sapesse, multinazionale statunitense leader nella produzione di prodotti OGM) pare fosse stata introdotta nelle campagne del Rio Grande do Sul ben prima del riconoscimento giuridico. Il Presidente Lula avrebbe quindi dato veste legale ad una situazione che di fatto si era creata in una parte del Paese, ed in ogni caso ha autorizzato un piú ampio uso della coltivazione OGM, tanto da far arrivare appunto il Brasile ai vertici della produzione mondiale.

La soia occupa il primo posto assoluto fra le coltivazioni OGM in Brasile, seguita da mais (il 60% del totale é prodotto transgenico) e cotone.
Fonte: http://cib.org.br/em-dia-com-a-ciencia/uso-de-transgenicos-reduz-demanda-por-terra/

A partire dal 2014 poi è stata autorizzata anche la coltivazione OGM del fagiolo, il maggior simbolo dell'alimentazione del popolo brasiliano. E lo scorso 5 marzo avrebbe dovuto essere sottoposta a votazione la decisione di liberare la coltivazione di altre piante transgeniche, tra cui l'eucalipto, che secondo i detrattori comporterebbe seri problemi all'agricoltura. Per questo, la riunione è stata interrotta da una protesta, e la votazione è stata rimandata di circa un mese.

A detta dei sostenitori  del transgenico, l'impiego di questi prodotti comporterebbe una produzione migliore sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. E' un fatto, peró, che insieme alla diffusione degli OGM in Brasile è dilagato anche l'impiego dei pesticidi, tanto che, secondo il Ministero dell'Ambiente, il Brasile oggi ne è il maggior consumatore mondiale. Le coltivazioni di soia, mais e cotone, inoltre, guidano il consumo di pesticidi in Brasile (40% soia, 15% mais e 10% cotone). E si consideri fra l'altro che dei 50 pesticidi usati in Brasile, 22 sono proibiti nell'Unione Europea.

Ma ammesso che uno decida di non voler consumare prodotti OGM, come evitarlo? Voglio dire, c'è un modo per riconoscerli? Il governo brasiliano obbliga le imprese ad apporre una T nell'etichetta dei prodotti che contengono piú dell'1% di OGM. Ma quanti lo sanno? La semplice apposizione di una lettera non accompagnata da una spiegazione piú dettagliata o da una campagna di informazione adeguata rende la maggior parte delle persone ignara di cosa stia ingurgitando. E l'incapacitá di distinguere un prodotto transgenico da uno come mamma natura l'ha fatto mi sembra sia giá facilitata dal basso livello di istruzione del popolo brasiliano (vedi per esempio: http://www.gazetadopovo.com.br/vida-e-cidadania/brasil-nao-melhora-alfabetizacao-awzj39vtl0zd0v4umsha8sq4u).

A questo punto viene spontaneo chiedersi: e in Italia, cosa succede? Per ora, le multinazionali del transgenico non sembrano far breccia nel mercato alimentare di casa nostra:
http://www.repubblica.it/ambiente/2015/01/23/news/mais_ogm_decreto-105620566/
http://www.lastampa.it/2015/02/06/italia/cronache/coltivazioni-ogm-in-italia-resta-il-divieto-lHTIM2CvDTvqC6ka6GGN6I/pagina.html
Vediamo quanto durerà...

Personalmente mi preoccupa molto questo uso selvaggio degli OGM. Non é possibile al momento valutarne con certezza gli effetti. E non é possibile impedire che le coltivazioni OGM "contaminino" le altre (il polline, ad esempio, viene trasportato dal vento o dagli insetti: come impedirlo?). E mi chiedo: quando e se si scopriranno effetti negativi sulla salute dell'uomo, non sará giá troppo tardi?

In generale, mi viene da dire che si puó essere a favore o contro (magari anche neutri), ma sapere è un diritto di tutti, perché è condizione necessaria (anche se non sufficiente) per scegliere.

giovedì 5 febbraio 2015

La crisi dell'acqua

Da alcuni mesi si fa un gran parlare della crisi idrica che sta attraversando lo Stato di San Paolo. Qui il problema ha bisogno di una soluzione urgente, urgentissima, considerato che in alcuni quartieri l'acqua viene razionata giá da tempo e che migliaia di persone sono costrette a rifornirsi di acqua a pagamento con le autobotti. Tant'è che Google ha registrato in quello Stato un forte aumento nella ricerca di parole come "autobotti" e "prezzo dell'acqua", ma anche di preghiere per far piovere. Sì, perché proprio in questa stagione, che è quella delle piogge, di acqua se ne è vista poca, aggravando notevolmente la siccità che già stava colpendo la regione sudest del Brasile.

Lo Stato di San Paolo, per chi non lo sapesse, è il più popoloso del Paese, con oltre 40 milioni di abitanti. Probabilmente il problema è esploso qui prima che altrove a causa della forte urbanizzazione, conseguenza del sovrappopolamento. La crescita smisurata di nuove costruzioni e infrastrutture ha contribuito senza dubbio a determinare un'ulteriore ostacolo al normale approvvigionamento idrico. Se ne puó dedurre che in tal senso ha avuto il suo peso anche l'assenza di un'azione attiva di contrasto alla speculazione edilizia.  
Ma l'allarme riguarda più in generale tutto il Brasile, dove diverse aree metropolitane rischiano il collasso idrico, tant'è che anche lo Stato di Rio de Janeiro e del Minas Gerais hanno in programma un piano di razionamento nel caso in cui la situazione continui a precipitare. 

Fra le cause di questa preoccupante crisi c'è senz'altro il cambiamento climatico, che ha provocato negli ultimi anni siccità, temperature sopra la media stagionale e mancanza di acqua piovana. 
Ma c'è chi punta il dito sulla politica, e non a torto, visto che la catastrofica situazione attuale è stata prevista da più di un decennio, ma questo non è servito a programmare degli interventi seri e risolutivi. L'Amministrazione locale è partita in ritardo per quanto riguarda l'ampliamento dei bacini di accumulo, mentre ha concentrato gli investimenti su interventi che servivano a far entrare prima i soldi in cassa. Gli investimenti strutturali di lungo periodo sono stati invece trascurati (non avendo un ritorno immediato). Uno dei progetti che la Sabesp (la compagnia che si occupa delle risorse idriche nello Stato di San Paolo) aveva in cantiere già dal 2004 è la trasposizione del fiume Paraíba do Sul al fine di alimentare uno dei bacini idrici che riforniscono la capitale paulista. Ma per qualche motivo il progetto è stato avviato solo ora, il che significa che dará dei risultati drammaticamente in ritardo.
Le misure prese per tamponare momentaneamente l'emergenza sono state la diminuzione della pressione idrica in determinati orari (ciò che ha causato la mancanza di acqua in molte abitazioni, soprattutto nelle periferie), e l'applicazione di multe per chi eccede nel consumo di acqua (mentre vengono premiati i consumatori virtuosi). Queste misure resteranno in vigore per tutto il 2015, in attesa di installare nelle abitazioni degli "economizzatori" per ridurre gli sprechi. 

La mancanza d'acqua avrà pesanti conseguenze sulla vita delle persone. In primo luogo sarà più difficile mantenere uno standard decente nelle condizioni igienico-sanitarie, il che porterà all'esplodere di un'altra emergenza, quella sanitaria. Senza contare che le strutture pubbliche (tipo ospedali o scuole) dovranno praticamente chiudere, mentre le strutture private per far fronte alla situazione si approvvigioneranno di acqua pagando e scaricando il prezzo sugli utenti. 
Molte attività produttive saranno poi paralizzate, con conseguenti licenziamenti (o chiusure di piccole imprese, si pensi alle lavanderie, solo per fare un esempio). Si profila una crisi nella produzione agricola, per cui i prodotti alimentari saliranno di prezzo.
Chi vive in Brasile, insomma, vedrà aumentare i prezzi di tutto, aumento che si aggiungerà alla normale inflazione, che qui fa già paura.
E, come si dice, last but not least, si consideri che la stragrande maggioranza dell'energia elettrica prodotta in Brasile deriva dalle centrali idroelettriche. Giá attualmente infatti si assiste a temporanei black out causati dalla mancanza di acqua. Cosa può succedere se continuerà a non piovere?

Sperando che le autorità si diano una svegliata per far fronte seriamente al disastro che si sta configurando, non ci resta che fare due cose: non sprecare l'acqua e tentare con la danza della pioggia.