lunedì 2 novembre 2015

Nel 2015, siamo tutti indigeni

Si è appena conclusa la prima edizione mondiale dei Giochi Olimpici dei Popoli Indigeni. La manifestazione si é tenuta dal 23 ottobre al 1° novembre nello stadio di Palmas (capitale dello Stato Brasiliano di Tocantins), ed ha visto la partecipazione di circa 2000 atleti facenti parte di decine di etnie provenienti da varie parti del mondo.

Le discipline in cui gli atleti si sono cimentati in questi giorni sono state sia le classiche competizioni occidentali (football, canottaggio e atletica) sia quelle tipicamente indigene (tiro con l’arco, corsa coi tronchi, lotta e tiro alla fune). Ed oltre alle gare vere e proprie, si è potuto assistere anche a dimostrazioni non competitive di sport tradizionali, come lo xikunahati, il calcio indigeno, che si gioca usando la testa al posto dei piedi.



Ma le differenze fra queste Olimpiadi e quelle più famose a cui assisteremo il prossimo anno, sono numerosissime, proprio a voler sottolineare con forza la peculiarità dei partecipanti. 
Prima di tutto la città scelta come sede per i Giochi, Palmas, è volutamente lontana dalle grandi capitali che di solito ospitano le Olimpiadi che tutti conosciamo.
Una partecipazione completamente diversa l'ha poi avuta il denaro: le Olimpiadi Indigene non hanno avuto sponsor e per assistervi non si doveva pagare un biglietto d'ingresso. Coerentemente con lo spirito degli organizzatori, non c'erano telecamere e non c'è stato alcun bisogno di prevedere test antidoping (e perché, se l'importante è partecipare?).
Gli indigeni partecipanti dovevano avere almeno 16 anni, mentre non era previsto un limite massimo di età. 
Pochissime discipline erano realmente competitive, come il tiro con l’arco, la canoa e la corsa. Gli altri giochi sono stati meri eventi dimostrativi nei quali nessuno ha vinto: ogni atleta ha ricevuto una medaglia come simbolo di "celebrazione spirituale", invece di rappresentare l'essere "campione tra gli indigeni".
Le strutture costruite per i giochi, incluse le residenze degli atleti, sono state realizzate con materiali ecosostenibili e riciclabili. Inoltre, sono state piantate centinaia di nuovi alberi per sostituire quelli intagliati per fare le canoe e altro materiale sportivo. 

Alla vigilia delle Olimpiadi che l'anno prossimo si terranno in questo stesso Paese, gli indigeni hanno così tentato di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle loro culture (ma anche delle loro stesse vite) calpestate troppo spesso da interessi economici superiori a tutto. "La nostra vita non è un gioco", si leggeva fra l'altro nei cartelli esposti da alcuni partecipanti.
I Giochi sono stati anche preceduti ed accompagnati da dibattiti su temi culturali e sociali legati ai popoli indigeni, perché l'altro obiettivo delle Olimpiadi indigene era quello di creare dei legami duraturi di amicizia tra le etnie che vivono ai capi opposti del mondo, legami di solidarietà e di mutuo aiuto.

Ma qual è la realtà che vivono gli indigeni brasiliani? Numericamente parlando, questi cittadini sui generis rappresentano solo lo 0,5 per cento della popolazione brasiliana. Le loro terre, in teoria, occupano un decimo del Paese, ma i gruppi indigeni rimangono la fascia di popolazione più povera, perché le foreste, i fiumi e la savana che sono le loro dimore sono minacciate da piantagioni, pascoli, energia idroelettrica e attività minerarie, solo per citarne alcune. La loro cultura rischia di essere assimilata dalla società convenzionale e i loro gruppi sono mal rappresentati in politica. La tensione fra indigeni e brasiliani di origine europea è quindi decisamente alta, e purtroppo non raramente si è materializzata in vittime fra gli indigeni.
Non è un caso che la partecipazione della Presidente Dilma all'inaugurazione sia stata accompagnata da fischi e proteste. Nel 2014 infatti Dilma ha scelto come Ministro dell’Agricoltura un leader della fazione ruralista, la senatrice Katia Abreu, conosciuta come la "regina della motosega", in quanto appoggia progetti a favore della deforestazione dell'Amazzonia. Ma attualmente la preoccupazione più forte degli indigeni brasiliani è la possibile approvazione della PEC215, emendamento costituzionale che conferirebbe al Congresso, e quindi anche alla fazione ruralista, il potere che ora detiene il Ministro della Giustizia nel tracciare i confini dei territori indigeni, ciò che comporta una evidente minaccia per migliaia di Km quadrati di terra.

In un mondo globalizzato dove tutto viene uniformato e schiacciato dalla logica dell'interesse economico, preservare le tradizioni indigene rappresenta davvero una sfida ambiziosa. Ma questa sfida riguarda tutti, perché tutti corriamo il rischio di un appiattimento culturale e sociale al servizio di padroni che vogliono fagocitare tutto (e troppo spesso ci riescono). E quindi mi sembra azzeccatissimo il motto di questi Giochi appena conclusi: nel 2015, siamo tutti indigeni.


domenica 25 ottobre 2015

Quando la danza ridona speranza

Quando si pensa al Brasile e al ballo, non può che venire in mente la samba. Un'associazione ineliminabile. E la samba è senz'altro una delle espressioni più belle della cultura popolare brasiliana. Sedere delle sambiste a parte, vedere qualcuno che lo balla è davvero un'esperienza esaltante.
Ma volendo guardare oltre lo stereotipo (che almeno stavolta corrisponde al vero), si incontra un altro tipo di ballerini brasiliani: quelli di danza classica.
La danza è sbarcata in Brasile all'inizio del XX secolo, con l'arrivo di insegnanti e ballerini, soprattutto russi, che hanno formato le prime generazioni di artisti. La prima compagnia professionale di danza del Paese è stata il corpo di ballo del Teatro Municipale di Rio de Janeiro, oltre alla quale esistono varie compagnie in altri stati brasiliani (Teatro Guaíra, a Curitiba, la Fundação Palácio das Artes, a Belo Horizonte, il Teatro Castro Alves, a Bahia, e il Ballet della città di São Paulo).
Thiago Soares, Royal Ballet
In realtà esistono attualmente in Brasile molte scuole di danza classica, ma questo tipo di attività avrebbe bisogno di un maggiore appoggio sia economico che culturale per decollare (resta pur sempre seguita da un pubblico di nicchia). Molte scuole infatti non riescono a sopravvivere a lungo, a meno che non si riciclino in scuole di danza contemporanea, abbandonando l'impostazione classica. La conseguenza è che molti professionisti o aspiranti tali devono emigrare per riuscire a fare carriera, come è successo a Thiago Soares, nato a Niteroi, Rio de Janeiro, ma, come dice lui in un'intervista, made in London, perché è nella capitale inglese che è approdato a soli 16 anni per imparare tutto quello che sa sulla danza. E questo trentaquattrenne brasiliano è niente popò di meno che il primo ballerino al Royal Ballet di Londra da ben 15 anni.
Da qualche tempo, comunque, sembra ci sia in Brasile qualche opportunità in più per i giovani che vogliano accostarsi alla danza classica.
Il passo più significativo è stato compiuto a Joinville, una cittadina nel nord dello Stato di Santa Catarina, dove dal 2000 è stata inaugurata l'unica scuola di ballo Bolshoi al di fuori della Russia.  La scuola catarinense rientra in un progetto volto all'inclusione sociale di bambini e adolescenti. La città è stata scelta in quanto già vi si svolgeva un importante Festival di danza che all'epoca ha impressionato i russi del Bolshoi di Mosca.

Ma un altro progetto importantissimo che coinvolge anche la danza classica è quello denominato "Novos Sonhos", promosso dai missionari della Chiesa Battista. Il Progetto mira ad allontanare da droga, alcol, violenza e prostituzione, bambini e adolescenti che vivono nella famigerata favela di Cracolandia dando loro la possibilità di frequentare lezioni di musica, jiu jitsu, calcio e, appunto, danza classica. Cracolandia è una zona nel centro di São Paulo, famosa per il traffico di droga e la prostituzione (ma esiste una Cracolandia anche a Rio de Janeiro). Il Brasile è uno dei maggiori consumatori di crack al mondo, un altro triste record di questo Paese troppo spesso lontano dai sogni. Nel caso delle bambine partecipanti al progetto Novos Sonhos, l'obiettivo è anche quello di evitare le gravidanze precoci, vera e propria piaga sociale, dando loro un obiettivo più a misura di infanzia.

Qui trovate il video sul progetto:
http://www.internazionale.it