giovedì 23 giugno 2016

Tempo di bilanci

Ci siamo: meno di un mese e lascerò questo Brasile per tornare a casa, con tante aspettative ma anche tante preoccupazioni. Vivere lontano dal proprio Paese significa in un certo senso vedere le cose con maggiore distacco, ma anche confondere la realtà con i ricordi, e spesso la mente seleziona quelli belli e ci fa crogiolare nella nostalgia. 
E del Brasile, sentirò nostalgia? Quella famosa saudade che tutti associano a questo gigante? Forse, chissà, fra qualche anno. La nostalgia in fondo non è legata solo ad un posto, ma anche (e a volte soprattutto) ad un periodo della propria vita, quando si è consapevoli che non tornerà più. 
Quando sono arrivata qui il mio primo figlio aveva meno di 2 anni. Come dice lui, ha passato (per ora) la maggior parte della sua vita più in Brasile che in Italia. Eppure siamo riusciti a mantenere la sua italianità, facendogli vivere in casa la lingua, le abitudini, il modo di vivere e di vedere che è così radicato in noi, emigranti temporanei e attempati. Certo la consapevolezza che saremmo tornati in Italia ci ha aiutati a non perdere le nostre radici (e a non farle perdere ai nostri figli). Ho visto molti figli di italiani emigrati che non parlano la lingua dei propri genitori, e mi rendo conto quanto sia facile perderla in una quotidianità fatta di altre parole, altri concetti per esprimere il proprio pensiero. La consapevolezza del ritorno e la forte volontà di mantenere le origini (e il futuro) della nostra famiglia, d'altro canto, credo abbiano comportato un ostacolo piuttosto grande alla nostra integrazione. Sentirsi precari ti lascia in una situazione psicologica che non ti fa andare oltre, non ci si concede in toto. Sicuramente non ci ha aiutato neanche vivere in due città che escono fuori dallo scenario più sognato dai fan del Brasile, che poi è il Nordest, Rio de Janeiro al massimo. Curitiba è più "europea", se la vogliamo vedere con gli occhi dei suoi orgogliosi abitanti, più fredda e ostica se guardiamo in faccia la realtà. Brasilia, una capitale progettata e creata dal nulla, e quando dico nulla voglio dire proprio nulla: finta, surreale, invivibile (se vivere vuol dire, per esempio, camminare, incontrare altra gente). Un sogno trasformatosi in un pasticcio, a mio parere. Va beh, è andata così. E' stata comunque un'opportunità incredibile, un'esperienza di vita, per me e credo anche per i miei figli, che mi (ci) porterò(emo) dentro per sempre. 
E' un pò presto per tirare le somme, forse. ma così mi sento, come quando sta per arrivare Natale e si pensa già all'anno nuovo, con un occhio a quello che è appena trascorso. 

martedì 3 maggio 2016

La torcia olimpica in marcia verso Rio

Pronti, partenza...via!! Ed ecco che il Brasile inizia il suo percorso verso l'ennesimo grande evento che lo ha visto coinvolto negli ultimi anni, le Olimpiadi. E lo inizia simbolicamente con l'arrivo della torcia olimpica nella capitale, Brasilia. Da pochi giorni sono apparsi in giro per la città manifesti che invitano a partecipare alla festa organizzata per ricevere la tocha, oltre a cartelli vari che strizzano l'occhio a Rio 2016. E oggi, 3 maggio, la torcia olimpica è arrivata a Brasilia dopo essere stata accesa il 21 aprile ad Olimpia, in Grecia, per poi attraversare simbolicamente tutto il Paese attraverso più di 300 città dislocate nelle cinque regioni, prima di arrivare ad accendere il braciere olimpico nello Stadio Maracanà di Rio. Circa 20000 Km percorsi da 12000 tedofori. Per la prima volta la torcia olimpica si trova sul suolo sudamericano.

La torcia di Rio 2016 è stata ideata da Gustavo Chelles, ingegnere carioca, e sua moglie, la designer catarinense Romy Hayashi. Quando è spenta la torcia, realizzata in alluminio riciclato, è chiusa e tutta bianca. Poi si apre lentamente, con l'intenzione di ricordare lo sbocciare di un fiore. Una volta aperta, si propone di rappresentare l'essenza del Brasile, motivo per cui i creatori hanno pensato all'azzurro (il mare), il verde (le foreste), il giallo (il sole e l'oro olimpico), colori che richiamano anche la bandiera del Paese.

La realizzazione fisica della torcia è stata invece assegnata ad un'impresa spagnola, la Recam Làser S.L.
Una fetta del denaro in circolazione per le Olimpiadi è arrivata in qualche modo anche in Italia, in quanto la produzione del viaggio della torcia, delle cerimonie olimpiche e paralimpiche è stata affidata all'azienda italiana Filmmaster Events, in partnership con la brasiliana Srcom.

In un momento delicatissimo per la storia politica del Brasile, il Paese si dividerà molto probabilmente fra coloro entusiasti di ritrovarsi ancora una volta al centro dell'attenzione mondiale e coloro che invece saranno (giustamente) disturbati dai fari (e soprattutto i soldi) puntati sull'evento e distolti dai problemi ben più importanti che il popolo verdeoro si trova in questo momento ad affrontare.
Per il momento, la cerimonia di accoglimento della torcia a Brasilia ha visto manifestanti pro e a favore di Dilma, che ancora si trova nel guado dell'impeachment, ma con proteste piuttosto tiepide. Qualcuno parla anche della difficoltà di organizzare una protesta collettiva in assenza di Whatsapp, bloccata su ordine di un giudice dalle 14 di lunedì e fino al pomeriggio di oggi.
Non resta che seguire la torcia lungo tutto il suo tour brasiliano e vedere cosa succederà.

lunedì 18 aprile 2016

Ciao Dilma

Vivendo in Brasile non posso far finta che ieri non sia successo nulla. Pur non avendo la TV, negli ultimi tempi si respirava un clima di tensione e di attesa. Soprattutto sabato, la città era meno in fermento, come se tutto il popolo brasiliano fosse con il fiato sospeso. Moltissime macchine se ne andavano in giro con le scritte più varie auspicando l'imminente cacciata di Dilma, il primo presidente donna del Brasile. "Tschau querida", portava scritto sulla sua bici ieri mattina un signore attempato, che portava in giro quello slogan con un sorrisetto beffardo. Molti si sono limitati ad esporre la bandiera del Brasile, come se il futuro e l'identità del Paese fossero il risultato della defenestrazione della Presidente cattiva. E poi, soprattutto, i fuochi d'artificio, ieri sera, dopo il voto. Festa, in puro stile brasiliano.

Nessuna sorpresa, comunque, perché che la camera avrebbe votato a favore dell'impeachment lo sapevano ormai tutti. Ed anche se l'iter si concluderà solo con il voto del Senato, sembra che non ci siano margini per una marcia indietro. Ma cosa ha fatto Dilma? In realtà l'accusa sembra più una scusa, visto che la Rousseff è accusata di aver commesso un crimine cosiddetto di "responsabilità": ha contrattato illegalmente crediti aggiuntivi con la banca pubblica al fine di finanziare i piani di governo, senza far comparire il buco nel bilancio. Niente che non sia già stato fatto dai suoi predecessori. Ciò non toglie che i compagni di partito di Dilma sono stati senz'altro protagonisti della tangetopoli verdeoro, il più famoso fra tutti proprio l'ex presidente Lula. Ma è evidente invece che il vero motivo per cui i detrattori dell'erede di Lula vogliono disfarsi della Rousseff sono politici. In Brasile il voto di sfiducia non è previsto, e quindi gli oppositori si sono attaccati all'impeachment. La verità è che moltissimi brasiliani si sentono delusi dal PT (Partido Trabalhador), che non ha impedito che la crisi li facesse riscivolare verso condizioni di vita più simili a quelle precedenti l'avvento di Lula. E i brasiliani delusi si sono quindi allineati a quelli che non si sono mai sentiti rappresentati da Lula e compagnia bella, la classe medio-alta, per essere chiari. Coloro che grazie alle politiche di Lula si sono affacciati entusiasticamente al balcone del consumismo, ora devono tornare a guardare le loro vite da dentro le proprie modeste abitazioni. E questo, a quanto pare, è difficile da mandar giù.
Formalmente parlando, dopo che il procedimento di impeachment avrà concluso definitivamente il suo iter, sarà il Vice Presidente Michel Temer ad assumere l'interim in attesa di nuove elezioni. Anche Temer, però, rischia di essere sottoposto alla stessa procedura che sta mettendo da parte Dilma, e in tal caso Eduardo Cunha, attuale Presidente del Congresso, si troverebbe ad assumere la carica più alta del gigante sudamericano. E proprio qui risiede l'assurdo, perché Cunha è coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari per presunta corruzione. Il che fa pensare, a voler dare ragione alla povera Dilma, che in realtà il voto di ieri non è altro che un "golpe bianco", cioè senza spargimento di sangue (e meno male, almeno questo). Lungi da me pensare che ci siano in questa storia dei buoni e dei cattivi, ma cacciare via l'attuale Presidente per sostituirla con qualcuno marcio fino al midollo, mi puzza un pò tanto di copertura di qualcosa di diverso. Un modo un tantino originale di porre fine al regno di Lula ed eredi, visto che il PT occupa quell'ambita poltrona ormai da 14 anni.
Sarà un bene o un male per il Brasile? Questo io non sono in grado di giudicarlo. Ma a naso non mi sembra di buon auspicio il metodo scelto per cambiare le cose. Sembra più una partita a Risiko in cui ci si sfida per accaparrarsi il maggior numero di carri armati. Certo è sconcertante sentire un deputato che dichiarando il proprio voto a favore dell'impeachment lo dedica ad uno dei torturatori della dittatura (Dilma, qualora qualcuno non lo sapesse, è stata una guerrigliera comunista, all'epoca oggetto di tortura). "Per fortuna", un altro deputato ha reagito sputandogli addosso (e mi sembra il minimo).
E il futuro del popolo brasiliano? Sicuramente c'è in gioco soprattutto quello, come sembrano credere molti, ma non credo che i protagonisti di questi giorni se ne preoccupino poi troppo.

A margine di questa svolta epocale nella storia del Brasile, come italiana non riesco a non fare qualche collegamento con il Belpaese. Innanzitutto anche in Italia ieri c'è stata una giornata di votazioni, anche se a casa nostra si trattava di un referendum. Mi viene un pò di tristezza a vedere quanta differenza di partecipazione ci sia stata nei due paesi. Qui l'atmosfera era quasi paragonabile a quella dei mondiali, con una quantità incredibile di persone scese in piazza, pro e contro Dilma (e con tanto di maxischermi dislocati nelle piazze delle principali città). Non era il popolo a votare direttamente, ma il popolo si è fatto sentire. In Italia invece la gente nella maggior parte dei casi ha preferito farsi i fatti suoi, come se la questione posta dal referendum non riguardasse tutti. Non c'è stata adeguata informazione, certo, ma forse non ci si è neanche voluti informare. E' il tipico atteggiamento disincantato che ormai sembriamo avere noi italiani di fronte alla politica, e anche se il brasiliano medio in questo campo ha uno slancio che ha un non so che di ingenuo, non so chi stia meglio. D'altronde se qui è preoccupante la presenza in parlamento di un deputato che omaggia un torturatore, il nostro parlamento pullula di loschi individui che non credo abbiano un'ideologia tanto lontana da quel brasiliano, oltre al fatto che da noi un deputato non si fa problemi a sbeffeggiare chi è andato a votare al referendum con un simpatico "ciaone". L'ultima cosa che mi viene in mente è il parallelismo fra il lava-jato brasiliano e le mani pulite nostrane. A parte l'ovvia considerazione che qui le cose avvengono con una ventina di anni di ritardo rispetto all'Italia, fa impressione vedere quanto in Brasile ci si preoccupi meno dell'apparenza, il che non è necessariamente un male.

mercoledì 30 marzo 2016

Marzo pazzerello

Anche questo mese si avvia al termine, e presa da mille cose ho trascurato il blog. Mi sembra però doveroso (?) raccontare due cose che ho fatto in questo marzo brasiliano.

La prima è il viaggio a Florianopolis. Per chi non la conoscesse, Floripa è la capitale dello Stato di Santa Catarina, il secondo stato brasiliano partendo dal basso. Esce un pò dai canoni di quello che è il Brasile immaginato da noi europei, ma nello stesso tempo mantiene quel non so che di esotico che non guasta. Atterrando con l'aereo si vede subito che Floripa è su un'isola, almeno in parte. Questo fa sì che questa capitale conti ufficialmente 42 spiagge, anche se alcuni dicono che a guardare bene ce ne sono 100. Poco importa il numero, fatto sta che di spiagge ce ne sono tante, e per tutti i gusti. Ci sono quelle adatte per i surfisti, ma anche quelle perfette per le famiglie con i bambini, spiagge piene di infrastrutture (discutibile in alcune la capacità di inserirle senza deturpare il paesaggio, ma accontentiamoci), e spiagge isolate e selvagge. Primo punto a favore di Floripa, quindi. Ma andiamo con ordine. La prima impressione che ho avuto uscendo dall'aeroporto, e che ho continuato ad avere per tutto il soggiorno, è che Floripa è un'isola verde. Ed è un verde piacevole, accogliente. Bello. Sarà che ormai sono abituata al paesaggio del cerrado, da cui mi aspetto di veder uscire un leone da un momento all'altro, e sarà anche che la mata atlantica mi è diventata familiare dopo i quasi 3 anni vissuti a Curitiba. Comunque mi ha trasmesso una sensazione piacevole.

Il posto che mi è piaciuto di più è stato Jureré, pieno di ville molto belle, la maggior parte senza neanche una recinzione (sembra quasi di stare a Punta de Leste). C'è anche una via commerciale molto carina, e senz'altro più piacevole dei soliti megashopping all'americana che si incontrano in tutto il Brasile.
Praia da Joaquina
Un posto spettacolare è poi la Praia da Joaquina, a ridosso della quale ci sono delle dune di sabbia giganti, con un paesaggio mozzafiato. Sulle dune si pratica anche il sandboard, una specie di surf fatto appunto sulla sabbia, ma pare che questo sport porti con sé l'inconveniente di rovinare le dune. All'interno dell'isola ci sono anche diversi laghi e parchi naturali, dove si possono percorrere sentieri di difficoltà diverse.

Dune di sabbia, Praia da Joaquina
L'impressione a pelle, senza voler scomodare le statistiche, è che lì si viva bene. Ovvio che una vacanza è una cosa, vivere in un posto è un'altra. Però mi voglio soffermare sulle sensazioni, basate anche su un pò di esperienza in questo grande e strano Paese. E la sensazione è che Florianopolis goda del giusto equilibrio fra natura e infrastrutture, servizi e qualità della vita. Lì non fa sempre caldo, e se è vero che questo significa non godersi il mare 365 giorni l'anno, è anche vero che non si è sopraffatti dall'afa soffocante, e che un pò di varietà, anche meteorologica, non mi dispiace. Un'altra impressione è che questo ragionamento se lo sono fatti anche molti italiani, gli immigrati di prima generazione, che qui hanno aperto diverse attività, specialmente nella ristorazione. C'è comunque tantissima offerta turistica, e se dovessi tornarci cercherei senz'altro una pousada piuttosto che un hotel, come ho fatto, perché si tratta di strutture più caratteristiche e con la possibilità di intrattenere rapporti personali con i gestori-proprietari. 

Cos'altro ho fatto a marzo di bello? Sono andata ad un bellissimo concerto in omaggio a Tom Jobim...ma questo merita un post tutto suo,,,

lunedì 8 febbraio 2016

L'abc del Carnevale Brasiliano

Pur essendo il carnevale una festa originariamente importata, è diventata senz'altro uno degli eventi più popolari e più caratteristici del Brasile. Il Carnevale di Rio è stato fra l'altro riconosciuto come il maggior carnevale del mondo.
Pur essendoci dei brasiliani che non lo amano, moltissimi partecipano a questa festa insieme alle orde di turisti che arrivano da tutto il mondo per ammirare lo spettacolo offerto dal popolo brasiliano. Anche se, come sempre, non è tutto (verde)oro quello che luccica...

Qualche curiosità sul Carnevale più amato dunque:

Alegria. Il Carnevale incarna la vera essenza dei brasiliani agli occhi di tutto il mondo. E tutto, in questa festa, è allegria. Probabilmente questo contribuisce fortemente all'idea che tutti gli stranieri hanno dei brasiliani, cioè quella di un popolo allegro (il che è, ovviamente, un cliché).

Blocos de rua. Si tratta di gruppi semi organizzati, ognuno dei quali sfila per le strade di un determinato quartiere durante il Carnevale. Insieme alle scuole di samba, rendono il Carnevale brasiliano uno spettacolo imperdibile e coinvolgente. Pensate che nella sola Rio si contano circa 500 blocos. A Recife, il Bloco do Galo da Madrugada, che è stato registrato nel Guinness dei Primati 1995 come il maggiore al mondo, apre la festa di Carnevale della Capitale Pernambucana. 

Cerveja. Non è un segreto che la birra (e non solo) scorre a fiumi durante questa festa, e probabilmente aiuta a creare molta dell'allegria tipica di questi giorni. Il rovescio della medaglia sono i numerosissimi incidenti stradali, molti dei quali causati da guida in stato di ebbrezza, nonché una generale perdita di controllo che causa non di rado violenza ed altri problemi di ordine pubblico.

Desfile. Il termine desfile, cioè sfilata, si riferisce in genere alle scuole di samba, vere e proprie associazioni che cantano e ballano al ritmo di samba, competendo in uno spettacolo che è la vera vetrina del Carnevale Brasiliano. La maggior parte dei partecipanti sfila a piedi, e solo pochi trovano posto sui carri. Le scuole di samba più famose sono quelle di Rio de Janeiro e di San Paolo.
Sfilata nel Sambodromo di Rio de Janeiro
Estrangeiros. In occasione del Carnevale migliaia di turisti arrivano in Brasile, e soprattutto a Rio de Janeiro, Salvador, Olinda e Recife, ma ultimamente anche San Paolo è diventata meta di turismo carnascialesco.

Folia. Con folia si intende un ballo sfrenato di molte persone al suono del tamburello (pandeiro). I folioes sono coloro che partecipano al Carnevale ballando e divertendosi. A Rio e San Paolo le sfilate delle scuole di samba si svolgono all'interno dei sambodromos, mentre le strade sono occupate dai blocos. Nelle altre città il Carnevale si festeggia tradizionalmente per le strade. Sono però numerosissime anche le feste organizzate da locali e club sportivi.
Bonecos nel Carnevale di Olinda
Gravidez. Uno dei tanti miti legati al Carnevale Brasiliano è che molte ragazze restino incinta durante questa festa, conseguenza del divertimento sfrenato che la accompagna (e della cerveja, vedi sopra). In compenso, durante questi giorni c'è un aumento del 30% nella vendita di preservativi, e subito dopo un incremento del 15% nella vendita di test di gravidanza.

Horarios. Durante il Carnevale brasiliano, tutto (o quasi) si ferma, a parte la folia. E anche quello che funziona, ha degli orari alterati. E così in linea di massima non funzionano normalmente i mezzi pubblici, gli ospedali e gli ambulatori pubblici, le banche, i centri commerciali e la maggior parte dei posti.

Industria do Carnaval. Non è difficile immaginare che una festa tanto importante comporti la produzione di costumi e materiali vari che movimenta una gran quantità di denaro, impiegando per esempio migliaia di sarti.

Lixo. Ecco uno dei problemi legati al carnevale: l'immondizia. Ovvio che un'affluenza di persone tanto alta non può che generare cumuli enormi di spazzatura, che deve essere smaltita nel più breve tempo possibile. Quest'anno, oltre tutto, la preoccupazione è ancora maggiore in quanto l'accumulo di immondizia che si viene a creare durante queste feste è propizio alla proliferazione delle zanzare che trasmettono dengue, zika e chikungunya.

Mijao. Insieme alla spazzatura, l'altro inconveniente della grande concentrazione di persone è la puzza di pipì. Molti infatti non aspettano di trovare un bagno per urinare, complice anche l'alcol ingerito, e ciò causa ovviamente un odorino poco gradevole per le strade del Carnevale (vedi Il carnevale e l'arte di fare pipì nel posto giusto).

Numeri. Parlando di partecipazione, sembra che per il Carnevale nella sola Rio affluiranno un milione di persone da tutto il mondo. Per avere un'idea della grandiosità dell'evento, considerate che ogni scuola di samba è formata da migliaia di persone ed ha a disposizione 80 minuti per esibirsi in uno spettacolo che ha elaborato durante tutto il corso dell'anno precedente.
Se invece si butta un occhio all'economia, ho trovato dei dati del 1997 che parlano di circa 13 miliardi di reais e più di 300 mila impieghi legati al carnevale.

Operaçao Carnaval. E' la denominazione data dalle forze di polizia all'azione legata a queste feste, quando la polizia diventa suo malgrado protagonista. L'alto numero di incidenti stradali che normalmente si verifica durante il carnevale rende infatti necessario l'intervento della polizia rodoviaria, sia per prevenire (vedi http://agenciabrasil.ebc.com.br) sia per gestire il dopo. L'aumento di furti e violenze favoriti dalla confusione chiama invece in causa la polizia civile e militare. Ahimé, il Carnevale non è solo allegria e divertimento.

Pos Carnaval.  Cosa resta dopo il Carnevale? A parte  la ressaca, cioè il mal di testa dopo sbronza, credo che la sensazione per i brasiliani sia un pò come quella che proviamo in Italia a settembre, quando la quotidianità riprende dopo le vacanze estive, solo che il loro finale è molto più schioppettante, pieno di trasgressioni. Si dice che in Brasile l'anno cominci solo dopo il Carnevale, e un fondo di verità, sicuramente, c'è.
Fonte: Google Images
Quando si festeggia? Intanto c'è da dire che quello che noi chiamiamo martedì grasso, cioè l'ultimo giorno di carnevale, in alcuni Stati del Brasile è un vero e proprio giorno festivo, e si trascina dietro, ovviamente, il lunedì. Non solo: le scuole sono chiuse anche il mercoledì (molti uffici iniziano a lavorare a mezzogiorno, per dare tempo ai folioes di riprendersi dai festeggiamenti o meglio, dalla sbronza). Comunque in genere i brasiliani festeggiano  il Carnevale per 4 giorni, dal sabato al martedì.

Rei Momo. E' uno dei principali personaggi del Carnevale brasiliano. Mutuato dalla mitologia greca, dove impersonava l'ironia ed il sarcasmo, il Re del Carnevale è diventato qui colui che comanda la folia. Con una cerimonia che dà ufficialmente inizio ai festeggiamenti, Il Re Momo riceve dal sindaco le chiavi della città per governare simbolicamente nei 4 giorni di Carnevale, aiutato dalla Rainha. Per essere eletto Rei Momo è necessario essere molto simpatico e pesare almeno 120 Kg (ma ultimamente quest'ultimo requisito sta venendo meno per evitare problemi di salute ai candidati).

Sambodromo. Si tratta di una specie di stadio dove sfilano le scuole di samba. Il più famoso è quello di Rio, costruito nel 1984 su progetto di Oscar Niemeyer, che può ospitare circa 85000 spettatori. In occasione delle Olimpiadi ormai prossime, il Sambodromo di Rio sarà usato per le gare di tiro con l'arco e come partenza e arrivo della maratona.

Trios eletricos. Sono camion giganteschi, con enormi altoparlanti che sparano musica a tutto volume, seguiti da una gran quantità di persone che balla. Sono caratteristici dello Stato di Bahia, ma si trovano anche in molte altre città del litorale.

Urso de carnaval. E' un'aggregazione tipica del Pernambuco, simile al bloco ma con caratteristiche sue proprie. La figura centrale è un uomo travestito da orso, tirato da un domatore con una corda legata alla cintura. L'orso balla per l'allegria degli astanti.

Vencedor. Le scuole di samba devono selezionare un tema e comporre una relativa canzone, in modo che il tema venga poi rappresentato per mezzo della musica e della danza. Al termine delle sfilate viene eletta una scuola vincitrice. I vincitori dell'ultima edizione sono state le scuole di Beija-Flor a Rio e di Vai-vai a San Paolo.
Sfilata della Scuola Beija-flor, vincitrice del Carnevale di Rio 2015

Zika. Grande preoccupazione di questo periodo è, ahimé, la diffusione della zanzara che trasmette la zika (ma anche dengue e chikungunya). La preoccupazione è particolarmente alta in corrispondenza della grande concentrazione di persone durante il Carnevale. Pare però che finora la paura non abbia limitato la partecipazione dei folioes ai festeggiamenti, alcuni dei quali ci hanno anche scherzato su, travestendosi da Aedes Aegypti...
Olinda, dove si è commemorato "O enterro do mosquito da dengue"



venerdì 29 gennaio 2016

Zika o non Zika

Ci ho messo un pò a riprendermi dal passaggio fra anno vecchio e anno nuovo, anzi, a dirla tutta non mi sono ancora ripresa, ma voglio dare una svolta e scrivere almeno un post in questo gennaio che sembra non finire mai. Tanto è per me, come sempre.
E' il terzo gennaio che passo a Brasilia, e decisamente il più piovoso. Niente a che vedere con le piogge di Curitiba, il primo grande shock di questo Brasile ancora da scoprire, che ci ha accolto (era l'ormai lontano 2010) con 35 giorni di pioggia consecutivi. Qui non si arriva a tanto, ma data la limitatezza delle cose da fare in questa strana capitale, tolto il sole resta ben poco. Le scuole, oltre tutto, sono ancora chiuse, e i malanni "di stagione" in agguato. Certo, la pioggia concede una tregua dal calore che diventa insopportabile quando questa terra rossa non vede una goccia d'acqua per mesi e mesi, ma il rovescio della medaglia sono le zanzare, fastidiosissime, che ti assaltano giorno e notte. Ora poi il nuovo spauracchio è la Zika, e non solo in Brasile. 
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, 3-4 milioni di persone sarebbero a rischio contagio nelle Americhe, e di queste 1,5 milioni solo in Brasile. Qui in meno di un anno si è calcolato che sono nati più di quattromila bambini con microcefalia, una malformazione neurologica che comporta una crescita ridotta del volume del cervello e della circonferenza cranica, con possibili danni neurologici anche gravi. Si ipotizza che la microcefalia sia conseguenza di questo famigerato virus trasmesso dall'Aedes aegypti, la stessa zanzara responsabile della trasmissione della dengue. Intanto il nostro Ministero della Sanità ha sconsigliato le donne in gravidanza di viaggiare nei Paesi a rischio, fra cui in pole position il Brasile. 
Riporto integralmente da Corriere.it del 16 gennaio: "In Brasile, dopo aver schierato anche l'esercito in strada, la presidente Dilma Rousseff ha rivolto un appello ai principali leader religiosi per coinvolgere chiese cattoliche ed evangeliche nella lotta contro la zanzara Aedes (...)".
E così, accanto alla dengue, che già non lasciava proprio tranquilli, ecco il nuovo mostro. Il Governo Brasiliano ha quindi stanziato dei fondi per la ricerca di un vaccino che possa contrastare questo preoccupante fenomeno. 
Nel frattempo fanno festa (lo dico cinicamente) le ditte produttrici di repellenti e quant'altro contro le zanzare, visto che l'unico rimedio, per ora, è prevenire. Comunque, come sempre quando esplode "un'emergenza", o meglio, quando sono i mezzi di informazione a farla esplodere, sarebbe giusto porsi qualche domanda, tanto per non credere a tutto quello che ci vogliono propinare. E allora consiglio di leggere questo post tratto da Il Fatto quotidiano, tanto per non cadere dalle nuvole: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/26.

Ah, buon anno!

domenica 20 dicembre 2015

La vera identità della stella di Natale

Prima di venire in Brasile non mi ero mai fatta domande sulla stella di Natale, quella pianta che compare ovunque durante il periodo delle feste e che in genere viene buttata via subito dopo, quando sfiorisce. Qui però mi sono imbattuta in veri e propri alberi di stelle di Natale, che qui chiamano bico de papagaio (becco di pappagallo) o rabo de arara (coda di arara). Piantata a terra, l'albero della stella di Natale può arrivare anche a 3 metri di altezza. E il motivo per cui in Italia si usa come pianta da interno è quindi perché in realtà nel suo habitat naturale raggiunge il suo massimo splendore in estate, che nell'emisfero sud comincia a dicembre.
...e allora mi sono incuriosita...
Prima di tutto questa pianta è originaria del Messico, dove Joel Robert Poinsett, ambasciatore degli Stati Uniti dal 1825 al 1829, la vide per la prima volta restandone affascinato. Ne portò quindi alcuni esemplari nella sua casa nella Carolina del Sud e la fece conoscere ad amici ed orti botanici sia negli Stati Uniti che in Europa. E' per questo che la stella di Natale è conosciuta nei paesi anglofoni con il nome di Poinsettia Pulcherrima. Il nome invece di stella di Natale le fu dato dai missionari spagnoli, in quanto la sua forma ricorda quella di una stella e la sua fioritura è all'apice proprio nel periodo natalizio.
In Italia questa pianta esotica è entrata nelle case per la tradizione natalizia dopo essere stata usata per gli addobbi della Basilica di San Pietro nella notte di Natale del lontano 1899.
Attenzione però: la stella di Natale, se se ne spezza un gambo, secerne un liquido lattiginoso il cui contatto può causare lesione della pelle e delle mucose, gonfiore delle labbra e della lingua, prurito. L'ingestione causa nausea, vomito e diarrea. Insomma, prendendo in prestito un'altra pianta, non c'è rosa senza spine!


venerdì 4 dicembre 2015

Rio Doce, dove e quando finirà il disastro?

Fonte: ansa.it
I fiumi rappresentano da sempre un'importante risorsa per la sopravvivenza degli esseri umani (e più in generale, logico, degli esseri viventi). Il fiume è vita per i pesci e tutte le specie acquatiche, per gli animali e le piante che vivono nei suoi pressi, e di conseguenza si porta dietro tutta una serie di attività che permettono all'uomo di vivere. Questo è ancor più evidente per gli indios, che usano il fiume per bere, per lavarsi, e come fonte di sostentamento. Ma non è meno vero per gli altri. Ne sanno qualcosa i pescatori, gli allevatori e gli agricoltori delle zone colpite dal disastro avvenuto un mese fa, che ora non avranno più di che sostentarsi. Quando muore un fiume, muore la vita.

Fonte: noticias.uol.com.br
Anche se i  media non hanno dato molto risalto alla tragedia, oscurata dagli attentati di Parigi, credo che ormai tutti sappiano che il 5 novembre scorso sono crollate due dighe sul Fiume Rio Doce, che attraversa gli Stati del Minas Gerais e dell'Espirito Santo,  a circa 100 km da Belo Horizonte. In corrispondenza delle dighe crollate si trova una miniera di ferro, e le sostanze usate per lavorare questo materiale (metalli pesanti) si sono riversate nel fiume insieme ad una valanga di fango. Il villaggio di Bento Rodrigues è stato travolto da questo fiume velenoso, che ha causato nell'immediato 11 vittime accertate, 8 dispersi e centinaia di sfollati. Le comunità coinvolte si sono trovate però a dover affrontare, oltre al fango tossico, anche la mancanza di acqua potabile (si tratta di 250 mila persone), oltre che per molti l'impossibilità di continuare ad esercitare la propria attività. Il Rio Doce, che fra l'altro era già vittima di uno sfruttamento che lo stava lentamente depauperando delle proprie forze, ora è morto. O perlomeno agonizzante. L'inquinamento del fiume rischia poi non solo di provocare la morte di un intero ecosistema dentro e intorno al corso d'acqua, ma ora ha raggiunto il mare, e si fanno ipotesi sul tragitto di questa macchia velenosa, che segue i venti e le maree. Sono a rischio così anche le coste brasiliane, comprese quelle dell'Arcipelago Abrolhos, che è parco nazionale protetto.
Fonte: http://www.hojeemdia.com.br
Tutto lascia pensare che le conseguenze sul piano ambientale si faranno sentire per molto tempo, anche se secondo il Ministro dell'Ambiente Izabella Teixeira, per far tornare alla normalità il Rio Doce serviranno 10 anni (almeno). Greenpeace parla invece di almeno 100 anni per rendere la situazione reversibile.

La prima domanda che sorge spontanea è: perché? Voglio dire: come è possibile che non si sia potuto evitare un simile disastro? O meglio: si poteva evitare? Dove erano le autorità che avrebbero dovuto controllare? La società che gestisce il sito minerario protagonista di questo incidente è la Samarco Mineraçao, la cui proprietà è divisa fra la multinazionale Vale S.A. e la anglo-australiana BHP Billiton. La Vale è il maggior produttore (ed esportatore) di ferro a livello mondiale; nata come società pubblica, è stata in seguito privatizzata. Attualmente lo Stato Brasiliano detiene solo una piccola percentuale della società (pur mantenendo un diritto di veto su alcune decisioni rilevanti), ma la maggioranza del capitale è di fatto in mano agli stranieri (non mancano comunque tra i maggiori azionisti due banche brasiliane). Si è scomodata anche l'ONU per far notare alle autorità brasiliane che la multa inflitta ai responsabili è insufficiente a coprire il piano di recupero. Certo che una società come la Samarco, che fa girare moltissimi soldi, è sicuramente oggetto di un trattamento di riguardo, e questo se non si vuole pensar male, cioè che molti di quei soldi vengano elargiti ai politici per chiudere un occhio, e a volte due, con finanziamenti più o meno occulti e più o meno puliti. Con buona pace del rispetto per le vite umane e per l'ambiente.


sabato 28 novembre 2015

Foz do Iguaçu, che meraviglia!

In questo mese ho fatto una mini vacanza a Foz do Iguaçu, e mi sembra doveroso scrivere di questa esperienza. Doveroso perché è qualcosa di unico, e mi sento fortunata ad aver avuto la possibilità di fare questo viaggio non una, bensì due volte. Devo dire però che la mia prima volta è stata meno entusiasmante, per il semplice fatto che è stata nel mese di aprile, quando è ormai finita la stagione delle piogge. Non che allora mi sia sembrato uno spettacolo deludente: le Cascate di Iguaçu restano indiscutibilmente una delle meraviglie del mondo. Ma questa volta, con le piogge a ingrossare il fiume Iguaçu, le cascate ci hanno offerto uno spettacolo travolgente. E quando dico travolgente lo dico in senso proprio, perché dalla visita dal lato brasiliano sono uscita bagnata come un pulcino. Bellissimo! Quando arrivi e cominci il sentiero vedi le prime cascate e già ti sembra un posto surreale.


Poi prosegui, e ti accorgi che le cascate continuano, e poi ancora e ancora (sono circa 275), fino ad arrivare alla Garganta do Diablo, cioè una gola in cui confluiscono diverse cascate, dove una passerella ti permette di ritrovarti in mezzo agli spruzzi di una massa d’acqua che se uno non la vede non riesce a concepirla. Fra l'altro consigliano di usare un impermeabile (che vendono anche sul posto), ma io sono andata senza, e devo dire che lo consiglio, perché messi al sicuro telefono e portafogli ti dà proprio la sensazione di immergerti nella natura. Fra l'altro, nonostante si tratti di un posto molto turistico (è il secondo sito più visitato in Brasile, dopo Rio de Janeiro), ci si ritrova intorno una vegetazione verdissima e rigogliosissima, che ti porta a pensare come fosse alle origini.

La visita alle cascate non è completa se non si oltrepassa la frontiera e non si va anche nel lato argentino, passando per il ponte Tancredo Neves, che fino ad un certo punto ha i colori giallo e verde del Brasile, e poi si trasforma nel bianco celeste della bandiera argentina. Le cascate appartengono fra l’altro all’80% all’Argentina, ma questo fa sì che la vista d’insieme sia migliore dal lato brasiliano. In Argentina bisogna armarsi di pesos (l’ingresso si paga solo in contanti in moneta locale, mentre in Brasile si può pagare con la carta) e poi via, a prendere il trenino che ti porta verso la Garganta, questa volta vista dall’alto. Lungo il tragitto tante farfalle colorate svolazzano allegramente e non sembrano temere i turisti, sui quali a volte si posano come ad attendere uno scatto che le immortali. Il tragitto prevede una passeggiata letteralmente sopra il fiume, che è immenso, e poi ecco di nuovo l’acqua che cade giù con un fragore assordante e ti lascia senza fiato.




Senz’altro un viaggio che vale la pena fare almeno una volta nella vita. Dal punto di vista organizzativo, i brasiliani stavolta mi hanno sorpreso positivamente. Nessun problema, né nel piccolissimo aeroporto di Foz, né durante il soggiorno o la visita. A fare da contorno all’attrazione principale, l’acqua, i quaty, piccoli mammiferi piuttosto invadenti che cercano cibo passando fra le gambe dei turisti (diversi cartelli avvisano i visitatori che possono mordere). Ma fra le piante si vedono spuntare ogni tanto anche iguana e uccelli esotici (ci sono dei cartelli che mettono in guardia dall'uscire dal sentiero, dato che si possono incontrare serpenti!), e durante la mia prima visita ho visto anche un piccolo coccodrillo che prendeva il sole su una roccia in mezzo al fiume.
A proposito di uccelli, la nostra gita a Foz do Iguaçu si è conclusa con la visita al Parque das aves, altra piacevole sorpresa. Il parco ospita volatili che hanno avuto problemi e che sono stati accolti per essere aiutati. Si possono ammirare i tucani da vicinissimo, e poi pappagalli di tutti i colori e dimensioni, colibrì, e tanti altri uccelli. Molto bello, soprattutto per chi come me viaggia con i bambini.

Qualche piccola curiosità su Foz do Iguaçu:

  • il nome Iguaçu deriva dalla lingua Guarani, nella quale u significa acqua e guaçu grande;
  • la città di Foz do Iguaçu ospita in proporzione il più alto numero di musulmani del Brasile (c’è anche una moschea, inaugurata nel 1983);
  • la diga di Itaipù, poco distante, al confine fra Brasile e Paraguay, rifornisce di energia elettrica il Paraguay per la quasi totalità del suo fabbisogno ed il Brasile per circa il 25%;
  • normalmente la visita delle cascate viene accompagnato dal cosiddetto "turismo das compras" nella vicina Ciudad del Este, in Paraguay, dove i prezzi (dicono) sono molto più competitivi che in Brasile (e, aggiungerei, non ci vuole poi tanto);
  • le cascate di Iguaçu hanno fatto da scenario ad un famoso film, Mission, con un aitante Robert De Niro e dei giovanissimi Jeremy Irons e Liam Neeson. Il film, del 1986, ha vinto la Palma d'oro al 39° Festival di Cannes e vanta niente popodimenoche una colonna sonora (bellissima!!!) composta dal grande Ennio Morricone. Qui il link per ascoltarla: Ennio Morricone - colonna sonora Mission

sabato 21 novembre 2015

Malala, musulmana e combattente

In questo blog non mi soffermo in genere su argomenti di attualità. Ma gli avvenimenti di questi giorni occupano in molta parte i miei pensieri, e mi sembra giusto allora rovesciarli qui. Visto che circolano tante notizie, punti di vista, etc, ho deciso di parlarne a modo mio, usando un simbolo positivo, tanto per cambiare, cioè Malala Yousafzai. Se c'è qualcuno a cui questo nome dice qualcosa, sicuramente è perché le è stato assegnato nel 2014 il Nobel per la pace, la più giovane di sempre ad aver ottenuto tale riconoscimento. Chi è Malala? Una ragazza pakistana che quando i talebani hanno preso possesso del territorio in cui viveva, lo Swat, proibendo fra l'altro alle bambine di frequentare le scuole, si è ribellata. Non ha chinato il capo. Non è rimasta in silenzio. Ha detto al mondo intero, tramite interviste e un blog pubblicato sul sito della BBC, che non intendeva rinunciare a studiare, e che non era giusto che lo facessero neanche le altre ragazze. Ha detto no. Ha ricevuto minacce, sapeva di rischiare grosso, ma ha continuato a dire no. E così le hanno sparato. Ad una ragazzina di 15 anni che voleva studiare. E l'hanno quasi uccisa. Quasi, per fortuna.
Dopo essere uscita viva da quell'assurdo attentato, lei non ha avuto paura di dire ancora no. Oggi Malala vive sotto scorta a Birmingham, in Inghilterra, e continua a studiare con eccellenti risultati. Ha creato un fondo a suo nome che ha come obiettivo quello di promuovere il diritto allo studio (https://www.malala.org/). Non parla di bambini pakistani, o musulmani o che so io, parla di bambini, Malala, e basta. Perché non c'è (o meglio, non dovrebbe esserci) differenza quando si tratta di diritti fondamentali.

Ecco, cosa c'entra con l'attualità? Malala ha due cose in comune con i terroristi che hanno seminato il terrore a Parigi: è musulmana ed è una combattente. Ma dietro queste etichette si nasconde esattamente l'opposto di quello che sono quei terroristi. Questa ragazza è la dimostrazione vivente che islam e oscurantismo non sono sinonimi. E combatte sì, ma con le parole, rischiando la vita per un ideale molto nobile. Malala ha capito che cedere alla paura è rinunciare a ciò che rende la vita migliore, più degna di essere vissuta.

Con questo post non voglio dire che non tutti i musulmani sono "cattivi". Questo lo do per scontato, anche se purtroppo non credo sia così per tutti.
Ho scritto in breve la storia di questa ragazza per dire che ognuno di noi, nel suo piccolo, può dire no. No alla paura, no alla violenza, no al razzismo. Da chiunque provenga, e chiunque ne sia vittima. Non tutti possiamo essere coraggiosi come Malala, certo, ma sarebbe bello se ognuno di noi cercasse di avvicinarsi più al modello rappresentato da questa piccola eroina che a quello dei terroristi che vogliono schiacciare tutto e tutti.

sabato 7 novembre 2015

Un anno di blog

Il 7 novembre 2014, esattamente un anno fa, pubblicavo il mio primo post su questo blog. Il bilancio sorge spontaneo. 
Innanzitutto mi vengono in mente tutte le cose che ho vissuto in questo periodo, un altro anno passato no Brasil, e come sempre mi viene da dire che è stato faticoso. Nonostante viva in questo Paese da diversi anni, infatti, ancora trovo difficile una quotidianità fatta di tanti piccoli gesti e meccanismi lontani dalla mia cultura. Non riesco a fare amicizia, non mi abituo al jeitinho, alla lentezza, a tutto questo continuo nominare dio e jesus, al loro essere approssimativi. Non dico che è colpa loro. Solo che non mi sento a mio agio.
La mattina, accompagnando a scuola i miei figli, mi capita di sentire alla radio l'inno nazionale brasiliano (è alle 8) e allora alzo a palla e insieme a loro lo cantiamo. Mi diverte farlo, perché come italiana non riesco a percepire la solennità di questo rito, che peraltro è imposto anche nelle scuole. Anzi, è proprio la solennità che mi appare ridicola. Penso che se lo dicessi a un brasiliano si offenderebbe. Ed il sentirsi facilmente offesi è un'altra cosa di questo popolo a cui non mi abituo. E' come se avessero un senso di inferiorità che non permette loro di prendersi un pò in giro.
E poi ci sono tanti altri aspetti che mi lasciano perplessa. Loro usano diminutivi per tutto, come Flanders dei Simpson. La prima volta che mi sono sentita chiedere se volevo dell'acquetta ("Quer aguinha?") ci ho messo un quarto d'ora a capire cosa volessero. Ma cos'è, l'acquetta?!?
Non capisco la povertà e la rassegnazione dei molti, sono terrorizzata dalla violenza derivante dalla totale incapacità di capire che esiste un altro modo di vivere (quando lo capiscono, credono sia solo al servizio di dio). E ancora di più mi sento a disagio di fronte all'arroganza dei ricchi, che si sentono i padroni in questo Paese in cui c'è un apartheid rispetto alla quale mi sento completamente estranea.
Quindi alla domanda che tutti i brasiliani che incontro continuano a farmi, e cioè "come ti trovi in Brasile?", non posso che rispondere "male" (a loro non lo dico, cerco di essere gentile).
Il lato positivo di questa esperienza brasiliana continua ad essere la possibilità di accrescere la consapevolezza che ho di me e del mio Paese di origine, della mia diversità. E naturalmente la consapevolezza che esiste altro rispetto a quello cui sono sempre stata abituata. Questo altro a volte è peggio, a volte meglio. Comunque è importante sapere che c'è.
Quando ho cominciato a scrivere questo blog volevo un pò sfogare la frustrazione di cui dicevo. Ma mi piaceva anche l'idea di approfondire certi temi, e volevo lasciare nero su bianco questa esperienza che ha in ogni caso qualcosa di speciale. Mio marito lo definisce autoreferenziale, e ha ragione. Non scrivo per gli altri, per avere più visualizzazioni. Scrivo soprattutto per me stessa.
Tanti auguri, dunque, caro blog.

lunedì 2 novembre 2015

Nel 2015, siamo tutti indigeni

Si è appena conclusa la prima edizione mondiale dei Giochi Olimpici dei Popoli Indigeni. La manifestazione si é tenuta dal 23 ottobre al 1° novembre nello stadio di Palmas (capitale dello Stato Brasiliano di Tocantins), ed ha visto la partecipazione di circa 2000 atleti facenti parte di decine di etnie provenienti da varie parti del mondo.

Le discipline in cui gli atleti si sono cimentati in questi giorni sono state sia le classiche competizioni occidentali (football, canottaggio e atletica) sia quelle tipicamente indigene (tiro con l’arco, corsa coi tronchi, lotta e tiro alla fune). Ed oltre alle gare vere e proprie, si è potuto assistere anche a dimostrazioni non competitive di sport tradizionali, come lo xikunahati, il calcio indigeno, che si gioca usando la testa al posto dei piedi.



Ma le differenze fra queste Olimpiadi e quelle più famose a cui assisteremo il prossimo anno, sono numerosissime, proprio a voler sottolineare con forza la peculiarità dei partecipanti. 
Prima di tutto la città scelta come sede per i Giochi, Palmas, è volutamente lontana dalle grandi capitali che di solito ospitano le Olimpiadi che tutti conosciamo.
Una partecipazione completamente diversa l'ha poi avuta il denaro: le Olimpiadi Indigene non hanno avuto sponsor e per assistervi non si doveva pagare un biglietto d'ingresso. Coerentemente con lo spirito degli organizzatori, non c'erano telecamere e non c'è stato alcun bisogno di prevedere test antidoping (e perché, se l'importante è partecipare?).
Gli indigeni partecipanti dovevano avere almeno 16 anni, mentre non era previsto un limite massimo di età. 
Pochissime discipline erano realmente competitive, come il tiro con l’arco, la canoa e la corsa. Gli altri giochi sono stati meri eventi dimostrativi nei quali nessuno ha vinto: ogni atleta ha ricevuto una medaglia come simbolo di "celebrazione spirituale", invece di rappresentare l'essere "campione tra gli indigeni".
Le strutture costruite per i giochi, incluse le residenze degli atleti, sono state realizzate con materiali ecosostenibili e riciclabili. Inoltre, sono state piantate centinaia di nuovi alberi per sostituire quelli intagliati per fare le canoe e altro materiale sportivo. 

Alla vigilia delle Olimpiadi che l'anno prossimo si terranno in questo stesso Paese, gli indigeni hanno così tentato di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle loro culture (ma anche delle loro stesse vite) calpestate troppo spesso da interessi economici superiori a tutto. "La nostra vita non è un gioco", si leggeva fra l'altro nei cartelli esposti da alcuni partecipanti.
I Giochi sono stati anche preceduti ed accompagnati da dibattiti su temi culturali e sociali legati ai popoli indigeni, perché l'altro obiettivo delle Olimpiadi indigene era quello di creare dei legami duraturi di amicizia tra le etnie che vivono ai capi opposti del mondo, legami di solidarietà e di mutuo aiuto.

Ma qual è la realtà che vivono gli indigeni brasiliani? Numericamente parlando, questi cittadini sui generis rappresentano solo lo 0,5 per cento della popolazione brasiliana. Le loro terre, in teoria, occupano un decimo del Paese, ma i gruppi indigeni rimangono la fascia di popolazione più povera, perché le foreste, i fiumi e la savana che sono le loro dimore sono minacciate da piantagioni, pascoli, energia idroelettrica e attività minerarie, solo per citarne alcune. La loro cultura rischia di essere assimilata dalla società convenzionale e i loro gruppi sono mal rappresentati in politica. La tensione fra indigeni e brasiliani di origine europea è quindi decisamente alta, e purtroppo non raramente si è materializzata in vittime fra gli indigeni.
Non è un caso che la partecipazione della Presidente Dilma all'inaugurazione sia stata accompagnata da fischi e proteste. Nel 2014 infatti Dilma ha scelto come Ministro dell’Agricoltura un leader della fazione ruralista, la senatrice Katia Abreu, conosciuta come la "regina della motosega", in quanto appoggia progetti a favore della deforestazione dell'Amazzonia. Ma attualmente la preoccupazione più forte degli indigeni brasiliani è la possibile approvazione della PEC215, emendamento costituzionale che conferirebbe al Congresso, e quindi anche alla fazione ruralista, il potere che ora detiene il Ministro della Giustizia nel tracciare i confini dei territori indigeni, ciò che comporta una evidente minaccia per migliaia di Km quadrati di terra.

In un mondo globalizzato dove tutto viene uniformato e schiacciato dalla logica dell'interesse economico, preservare le tradizioni indigene rappresenta davvero una sfida ambiziosa. Ma questa sfida riguarda tutti, perché tutti corriamo il rischio di un appiattimento culturale e sociale al servizio di padroni che vogliono fagocitare tutto (e troppo spesso ci riescono). E quindi mi sembra azzeccatissimo il motto di questi Giochi appena conclusi: nel 2015, siamo tutti indigeni.


domenica 25 ottobre 2015

Quando la danza ridona speranza

Quando si pensa al Brasile e al ballo, non può che venire in mente la samba. Un'associazione ineliminabile. E la samba è senz'altro una delle espressioni più belle della cultura popolare brasiliana. Sedere delle sambiste a parte, vedere qualcuno che lo balla è davvero un'esperienza esaltante.
Ma volendo guardare oltre lo stereotipo (che almeno stavolta corrisponde al vero), si incontra un altro tipo di ballerini brasiliani: quelli di danza classica.
La danza è sbarcata in Brasile all'inizio del XX secolo, con l'arrivo di insegnanti e ballerini, soprattutto russi, che hanno formato le prime generazioni di artisti. La prima compagnia professionale di danza del Paese è stata il corpo di ballo del Teatro Municipale di Rio de Janeiro, oltre alla quale esistono varie compagnie in altri stati brasiliani (Teatro Guaíra, a Curitiba, la Fundação Palácio das Artes, a Belo Horizonte, il Teatro Castro Alves, a Bahia, e il Ballet della città di São Paulo).
Thiago Soares, Royal Ballet
In realtà esistono attualmente in Brasile molte scuole di danza classica, ma questo tipo di attività avrebbe bisogno di un maggiore appoggio sia economico che culturale per decollare (resta pur sempre seguita da un pubblico di nicchia). Molte scuole infatti non riescono a sopravvivere a lungo, a meno che non si riciclino in scuole di danza contemporanea, abbandonando l'impostazione classica. La conseguenza è che molti professionisti o aspiranti tali devono emigrare per riuscire a fare carriera, come è successo a Thiago Soares, nato a Niteroi, Rio de Janeiro, ma, come dice lui in un'intervista, made in London, perché è nella capitale inglese che è approdato a soli 16 anni per imparare tutto quello che sa sulla danza. E questo trentaquattrenne brasiliano è niente popò di meno che il primo ballerino al Royal Ballet di Londra da ben 15 anni.
Da qualche tempo, comunque, sembra ci sia in Brasile qualche opportunità in più per i giovani che vogliano accostarsi alla danza classica.
Il passo più significativo è stato compiuto a Joinville, una cittadina nel nord dello Stato di Santa Catarina, dove dal 2000 è stata inaugurata l'unica scuola di ballo Bolshoi al di fuori della Russia.  La scuola catarinense rientra in un progetto volto all'inclusione sociale di bambini e adolescenti. La città è stata scelta in quanto già vi si svolgeva un importante Festival di danza che all'epoca ha impressionato i russi del Bolshoi di Mosca.

Ma un altro progetto importantissimo che coinvolge anche la danza classica è quello denominato "Novos Sonhos", promosso dai missionari della Chiesa Battista. Il Progetto mira ad allontanare da droga, alcol, violenza e prostituzione, bambini e adolescenti che vivono nella famigerata favela di Cracolandia dando loro la possibilità di frequentare lezioni di musica, jiu jitsu, calcio e, appunto, danza classica. Cracolandia è una zona nel centro di São Paulo, famosa per il traffico di droga e la prostituzione (ma esiste una Cracolandia anche a Rio de Janeiro). Il Brasile è uno dei maggiori consumatori di crack al mondo, un altro triste record di questo Paese troppo spesso lontano dai sogni. Nel caso delle bambine partecipanti al progetto Novos Sonhos, l'obiettivo è anche quello di evitare le gravidanze precoci, vera e propria piaga sociale, dando loro un obiettivo più a misura di infanzia.

Qui trovate il video sul progetto:
http://www.internazionale.it



domenica 18 ottobre 2015

Brasilia, una capitale da sogno

Il 21 aprile 1960 veniva inaugurata la nuova capitale del Brasile, una città costruita dal nulla lì dove non c'era che deserto.
Il "marco zero", disegnato da Lucio Costa per iniziare a costruire Brasilia
Il progetto di spostare la capitale del Brasile da Rio de Janeiro all'altipiano interno del Paese risaliva già agli inizi del 1800 ed era stato messo nero su bianco nella prima costituzione repubblicana del 1891 (ripreso poi anche nella costituzione del 1946). Un progetto quindi a lungo rimandato, fino a quando il Presidente Kubitschek ha deciso che Brasilia sarebbe stata il simbolo della volontà del nuovo governo di promuovere la modernizzazione del Paese per tirarlo fuori dal ritardo in cui versava. E Brasilia, con la sua architettura futuristica e la sua struttura completamente nuova, incarnava questo simbolo alla perfezione.
Il Parlamento, progettato da Oscar Niemeyer
L'ambizioso progetto è costato molto (secondo alcuni troppo) denaro, servito sia a trasportare tutti i materiali con un ponte aereo sia a pagare un'enorme quantità di lavoratori arrivati da ogni parte del Brasile.
Il Presidente Juscelino Kubitschek, coadiuvato da una manciata di geni (Lucio Costa, Oscar Niemeyer, Roberto Burle Marx, e Athos Bulcao, fra gli altri), in quasi 4 anni ha dato vita a quello di cui si era tanto parlato per un secolo e mezzo. Coloro che hanno ideato la capitale sono stati "ospitati" nella spartana residenza temporanea del Presidente, il Catetinho, dove tutti (compreso lo stesso Kubitschek) condividevano, oltre al progetto, cibo e sistemazione. Attualmente il Catetinho è stato trasformato in un museo, dove è possibile curiosare nelle stanze e ammirare gli oggetti e le foto della costruzione.
Il Catetinho, residenza provvisoria del Pres. della Repubblica 
Ma Brasilia, oltre che un progetto, è stata anche un sogno, anzi due.
Il primo è stato quello di Don Bosco, che nel 1883 profetizzava la costruzione di una città, in Sudamerica, dove sarebbe scorso latte e miele, vicino a un grande lago. Ed è più o meno alle stesse latitudini indicate da Don Bosco che è sorta Brasilia, su un lago artificiale, il Paranoà, creato allo scopo di garantirne l'umidità. Per questo motivo Don Bosco è patrono principale di Brasilia insieme a Nossa Senhora Aparecida. e a lui sono dedicati un intero quartiere, una delle vie principali della città, e un santuario realizzato da Carlos Alberto Neves, allievo di Niemeyer.
Santuario Don Bosco
Il secondo sogno è stato proprio quello di Juscelino Kubitschek, il presidente che ha voluto e realizzato il progetto di Brasilia. La squadra che ha tirato su la nuova capitale condivideva infatti il sogno di creare un modello di città utopico dove si mirava ad eliminare le classi sociali (per questo motivo lo scrittore francese André Malraux l'aveva denominata anche "capitale della speranza"). Chiaro che tale obiettivo non si è realizzato, ma durante la costruzione della città fu una realtà, almeno all'interno del Catetinho, come dicevo sopra.
Il sogno si è concretizzato in una città a forma di aereo, "atterrato" a 1100 metri di altitudine, la cui testa poggia su una sponda del Lago Paranoà.
La realtà è come sempre tutt'altra cosa rispetto ai sogni. Ammetto che eleggere Brasilia per viverci mi sembra una scelta impossibile da condividere. Ma pensare allo spirito che ha animato i suoi fondatori mi impressiona. Ed è sicuramente interessante vedere come alcuni di quegli edifici rappresentino ancora un simbolo di progresso nonostante siano stati costruiti ormai più di 50 anni fa.

giovedì 17 settembre 2015

Jabuticaba, l'uva per tutti (e per tutto)

Prima di venire in Brasile non avevo mai sentito parlare di jabuticaba, e tanto meno ne avevo visto un albero. Per cui quando ho visto mio figlio che mangiava questo frutto tondo e violaceo, lì per lì mi sono preoccupata. Avrebbe potuto essere una qualsiasi bacca velenosa, per quanto ne sapessi. E invece i brasiliani presenti ci hanno subito rassicurato: era jabuticaba. Anche il nome non mi diceva molto, ma comunque garantivano trattarsi di un frutto commestibile.
Quando ho visto l'albero, in compenso, mi ha fatto un'impressione stranissima: i frutti erano attaccati direttamente al tronco. Infatti i rami dell'albero di jabuticaba si ricoprono di foglie, ma i fiori, che appaiono due volte all'anno, e quindi anche i frutti, crescono sul tronco. Questa caratteristica fa sì che qualsiasi animale (anche quelli che non volano e non si arrampicano) possa nutrirsi di questo strano frutto per poi "trasportarne" i semi in giro e permettere così la riproduzione della pianta.

La jabuticaba, originaria del sud del Brasile, è conosciuta all'estero come "grape tree", mentre il suo nome portoghese deriva dalla lingua Tupi (quella che parlavano gli indigeni del Brasile e che ha lasciato dei segni anche nell'attuale portoghese locale), per la quale vuol dire cibo di Jabuti (colui che mangia poco). I frutti, che hanno un diametro di circa 3-4 cm e ricordano tantissimo l'acino di uva, possono essere mangiati crudi, anche se personalmente non li gradisco, forse perché sono troppo vecchia per apprezzare un sapore che non avevo mai preso in considerazione prima. I brasiliani con cui ho parlato mi hanno detto comunque che la buccia, effettivamente troppo dura, di norma non la mangiano, mentre succhiano la polpa bianca sputandone i semi. Questo frutto tanto particolare però è usato anche per produrre succhi di frutta e marmellate, ma soprattutto, proprio come l'uva, vino e liquori.

L'altra curiosità che riguarda la jabuticaba, sono i numerosi benefici per la salute che le vengono attribuiti. A leggere quello che gira su Internet al riguardo, viene da gridare al miracolo. Questa uva sui generis, infatti, farebbe bene alla pelle, ai capelli, alle ossa, alla linea, al cuore, all'artrite. La buccia essiccata si usa per trattare l'asma e la diarrea. E' anche un antinfiammatorio. Sembra che un tempo le donne in gravidanza fossero invitate a mangiarne a causa dell'alto contenuto di ferro e di acido folico. E, udite udite, avrebbe anche proprietà antitumorali. 

Un'ultima curiosità riguarda la lingua: in Brasile si usa la parola "jabuticaba" per indicare qualcosa che si pensa essere tipicamente brasiliano, visto che si ritiene che l'albero cresca solo in Brasile (ma non è vero: si trova anche in altri paesi sudamericani). Di solito però questo uso assume un'accezione (auto)denigratoria: la sola cosa veramente brasiliana, ed anche buona, è la jabuticaba. Per l'esattezza il detto è: "se a coisa so der no Brasil, nao sendo jabuticaba, é besteira". Se lo dicono loro...

mercoledì 26 agosto 2015

Il rospetto nel deserto verde

Fonte: g1.globo.com
Sembrerebbe il titolo di una favola per bambini, e chissà, con un poco di immaginazione potrebbe anche diventarla, tranne che per il lieto fine, cosa che mi sembra alquanto improbabile. 
Ma andiamo con ordine. C'era una volta, e nessuno lo sapeva, un piccolo rospo che viveva nella Serra Quiriri, al confine fra gli Stati brasiliani di Santa Catarina e Paranà. C'era, ma nessuno lo sapeva, finché, proprio in questo mese di agosto del 2015, un gruppo di ricercatori dell'Istituto Mater Natura ne ha divulgato l'esistenza su un periodico scientifico in lingua inglese. Questa nuova specie di rospo, grande appena 1 cm, è stata battezzata dagli studiosi Brachycephalus quiriniensis.
Appena nato, almeno nella consapevolezza di noi esseri umani, il prode rospetto si trova già in un mare, o meglio in una foresta, di guai. Perché nell'area montuosa in cui vive (fra 800 e 1200 m di altitudine) l'uomo, il cattivo, sta progressivamente sostituendo alla foresta nativa il pino. Ma che cavolo è questo albero? Si domanda lui, il protagonista della nostra storia, non avendolo mai visto prima. E, spaventato, si chiede ancora: perché dove c'è il pino non crescono più piante del sottobosco, e il terreno è così arido? Dov'è la mia acqua? Completamente in balia dei cattivi che idolatrano un dio a lui sconosciuto, il denaro, il rospetto non sa che la sua casa si sta trasformando in quello che gli ambientalisti chiamano "deserto verde". Con questa espressione, coniata proprio in Brasile alla fine degli anni Sessanta, sono state definite le monocolture non native (diffusissime quelle di eucalipto e di pino),che vengono piantate allo scopo di produrre materiale da commercializzare.
Fonte: ecodebate.com.br
Il deserto verde si sta diffondendo in tutto il Brasile, dove si assiste ad una drammatica distruzione della foresta. Normalmente si parla tanto (e a ragione) della deforestazione dell'Amazzonia, ma in realtà lo stesso problema appartiene anche alle altre foreste del Paese (da ricordare che il Brasile, date le sue dimensioni, ospita molti ecosistemi diversi). Dopo la distruzione, i terreni vengono impiegati a fini agricoli, come pascoli e, appunto, per riforestare con piante utili all'industria (del legname, del carbone vegetale o della carta). Dietro quindi ad un apparente impiego virtuoso dei terreni deforestati, in realtà si nasconde un deserto, normalmente di pini e di eucalipti, cioè di monocolture che impoveriscono la biodiversità del territorio e provocano la desertificazione. Senza contare che normalmente queste monocolture vengono accompagnate da un massiccio impiego di agrotossici, che non fanno che peggiorare le condizioni sia per le altre specie vegetali e animali sia per l'agricoltura.
La nostra favola sembra quindi concludersi nel peggiore dei modi. Uno studio presentato dal Ministero dell'Ambiente brasiliano nel dicembre 2014 evidenzia che il numero di animali minacciati di estinzione nel Paese è aumentato del 75% fra il 2003 ed il 2014. Oltre alle specie considerate, fra l'altro, non rientrano nella stima molte minacciate che non sono state inserite nel suddetto studio in quanto non ancora conosciute e classificate dai ricercatori (fonte: http://www.ecodebate.com.br). E proprio in questa fattispecie rientra nella storia saltellando il nostro povero rospetto, che secondo i ricercatori sarebbe già a rischio di estinzione poiché molto sensibile alle mutazioni climatiche e alle alterazioni provocate dall'uomo e per vivere ha bisogno di un clima freddo e umido. Il finale, insomma, non è ancora stato scritto, ma questa non è una favola, e nella realtà, si sa, i cattivi (quasi sempre) vincono.

Per approfondimenti sul tema del deserto verde:
http://it.globalvoicesonline.org
http://www.escravonempensar.org.br